Postura laica, «cuore» di pastore

IL COMMENTO. «Camminiamo insieme nella carità e nell’amore». Ciò che Monsignor Francesco Beschi disse al termine dell’omelia il giorno in cui venne ordinato Vescovo di Bergamo non fu soltanto un saluto di circostanza alla città, un semplice invito o un condivisibile auspicio perché la vita comunitaria andasse in quella direzione.

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Fu, per lui - sacerdote diventato vescovo, «colui che sorveglia» - un impegno preciso a cui tener fede ogni giorno, un giorno dopo l’altro, qualunque fosse stato lo sforzo necessario per riuscirci. A quasi diciotto anni di distanza da quel giorno - il 15 marzo 2009 - chiunque, persino i più allergici al profumo dell’incenso, può prendere atto che quell’impegno è stato onorato fino in fondo, che a quel vincolo morale ha improntato il suo intero episcopato. E lo ha fatto portando sempre davanti a sé il vessillo di Cristo e della fede in quell’Uomo che si è donato all’umanità intera, ma senza mai imporlo a nessuno, senza mai «usarlo» per qualsiasi altra cosa che non fosse legata all’annuncio del Vangelo.

La cittadinanza onoraria che Bergamo gli ha attribuito vuole sottolineare quanto sia stata importante nel rapporto con la città e le sue istituzioni quella postura laica con cui monsignor Beschi ha voluto caratterizzare il proprio episcopato, aprendo la Chiesa al territorio senza mai chiedere alcun onore o rivendicare chissà quale privilegio. Il Vescovo si è messo in ascolto di tutti e in dialogo con tutti, imparando a conoscere in profondità Bergamo e i bergamaschi, individuando ben presto i problemi e le urgenze, le luci e le ombre della nostra comunità. Lo ha fatto con intelligenza e con saggezza, senza mai voler pretendere l’ultima parola, senza mai far cadere dall’alto del pulpito un giudizio definitivo e assoluto.

La cittadinanza onoraria che Bergamo gli ha attribuito vuole sottolineare quanto sia stata importante nel rapporto con la città e le sue istituzioni quella postura laica con cui monsignor Beschi ha voluto caratterizzare il proprio episcopato, aprendo la Chiesa al territorio senza mai chiedere alcun onore o rivendicare chissà quale privilegio

Lo si è visto anche in occasione dei pontificali per la solennità di Sant’Alessandro, patrono della città, giorno in cui tradizionalmente il Vescovo si rivolge ai bergamaschi con cuore aperto: mai dogmatico, mai giudice, ma umile «sorvegliante» di ciò che accade tra le nostre contrade, anche di quei temi spinosi o delicati che di tanto in tanto s’affacciano nella vita di una comunità.

All’impronta laica del suo atteggiamento verso la città, il Vescovo ha fatto seguire un’imponente operosità cristiana, dove la carità è stata la scintilla al centro di ogni falò accesso per scaldare il cuore degli ultimi, dei più fragili, di chi è stato abbandonato e letteralmente buttato ai margini della società

È stato fermo e risoluto ogni qual volta la posta in gioco era dichiaratamente la giustizia che governa la convivenza tra gli uomini e la dignità che si deve a ogni uomo, senza mai condannare, ma indicando di volta in volta la via della fraternità, della condivisione, della solidarietà, della carità come strade per risolvere i problemi e superare le divergenze. Non si tratta di prudenza, si tratta di sagacia, quella capacità di capire a fondo una situazione, di cogliere i dettagli che sfuggono ai più, di intuire ciò che non è subito così evidente per arrivare rapidamente al nocciolo della questione. E in un mondo in cui gli oracoli la fanno da padrone, «l’habitus» di Monsignor Beschi non può che essere considerato una virtù, un pregio non comune. Ma all’impronta laica del suo atteggiamento verso la città, il Vescovo ha fatto seguire un’imponente operosità cristiana, dove la carità è stata la scintilla al centro di ogni falò accesso per scaldare il cuore degli ultimi, dei più fragili, di chi è stato abbandonato e letteralmente buttato ai margini della società. Lo ha fatto con i poveri (l’impegno della Caritas diocesana e del Patronato non hanno probabilmente uguali in Italia), lo ha fatto con gli anziani, con i malati (anche i più piccoli, e «Casa Lerma», l’hospice pediatrico che è un unicum in tutto il Paese è lì a testimoniarlo). Lo ha fatto con i carcerati, a cui ha sempre rivolto uno sguardo di fratello maggiore che non giudica e non giustifica, ma comprende e si apre in un abbraccio commosso e sincero. Lo ha fatto - ed è bene ricordarlo ad una certa parte di opinione pubblica tanto brava a criticare, ma solo a far quello - dando accoglienza ai migranti in cerca di rifugio da guerre e carestie, aprendo le porte degli edifici diocesani quando la società civile non sapeva cosa fare. E spesso lo ha fatto pagando di tasca propria, perché i rimborsi dello Stato (ammesso siano arrivati tutti) sono stati versati anni dopo. Ma è la «com-passione» con cui Monsignor Beschi ha vissuto la sofferenza di tutti noi durante il Covid a brillare sulla cima del suo episcopato. La «Passione» di tutti è diventata anche la sua. Il suo sguardo non è rimasto indifferente alla sofferenza di molti, si è fatto prossimo e fraterno con tutti coloro che sono rimasti sconvolti e dubbiosi. La sua parola, citando l’apostolo Paolo, è stata «speranza contro ogni speranza».

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Chi non lo ricorda in preghiera nei santuari mariani di tutta la provincia durante quelle terribili settimane? Insomma, Monsignor Beschi ha largamente contribuito a rendere più «umana» Bergamo e i bergamaschi, in un mondo dove di umano sembra davvero essere rimasto ben poco. Qualcuno potrebbe obiettare - come i genitori di una volta erano soliti dire quando si tornava da scuola con un bel voto sul diario - che ha fatto solo il proprio dovere di vescovo, di pastore, ma in tempi in cui la parola «dovere» non fa più parte del lessico e della dialettica collettiva, e il «farlo» (e il farlo bene) è un’azione che accomuna molte meno persone che in passato (basta semplicemente guardarsi attorno), saperlo riconoscere non è soltanto giusto, ma è il sintomo che, nonostante tutto, siamo ancora in grado di vedere il bene «là dove il bene accade». È il segno di una maturità di cuore e di spirito ancora radicata nel nostro tessuto sociale, è il segno che fraternità e carità abitano ancora - e comunque - la nostra umanità. E questo fa onore a tutta la città, fa onore a tutti noi.

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