Riparare il male, la Chiesa tesse trame

MONDO. Da Parigi a New York, da Prevost a Parolin, il Papa e il Segretario di Stato hanno tessuto una trama di ragionamenti e di analisi su un’attualità piena di guai che per trovare riscatto deve fare i conti con il Vangelo.

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Ma entrambi si sono tenuti lontano dalla proposta di un cristianesimo che ha il suo carattere distintivo nell’identità, smaschera e condanna. Il Papa ieri mattina ai Vescovi francesi non ha rivendicato nulla quando ha sollecitato a stare dentro il dibattito pubblico, ad occuparsi cioè di quelle «realtà temporali» indicate dal Concilio Vaticano II come «luogo teologico» e non semplicemente come punti dell’agenda di un dibattito. Non importa se le parole della Chiesa non sempre sono intese. Ciò che conta è fare in modo che siano comunque attese. E non importa nemmeno che le parole della Chiesa muovano voti. In Francia all’inserimento dell’aborto tra i diritti costituzionali e alla legge che autorizza l’eutanasia per quattro anni i Vescovi si sono opposti.

Giudicare lo sforzo vano non significa trarre la conclusione del silenzio. Così come il Papa ha chiesto sulla questione degli abusi di andare avanti con «la massima vigilanza». Anche questa è una di quelle «realtà temporali» (quelle che fanno più male) che non va a bilancio per chiudere la partita. Leone in Francia ha dimostrato di avere fiducia, nella Chiesa locale, nella laicité dello Stato, nella coscienza e nelle responsabilità di uomini, donne e istituzioni. Non ha preso di mira nessuno anche quando ha usato parole molto forti sul fine vita come ieri a Lourdes. Ha chiesto semplicemente di fare i conti con la dignità della persona, magnifica humanitas nonostante tutto. Qualcuno potrebbe stupirsi di questo Papa americano dall’atteggiamento misurato, rispetto al suo spavaldo primo connazionale. Ma sbaglia, perché nessuno al pari degli uomini della Santa Sede oggi si è collocato sul lato antagonista della storia, secondo la migliore tradizione della Chiesa, denunciando i rischi che sta correndo l’umanità. Il più grande è la sindrome di Babele, quel disordine nel quale oggi molti sembrano trovarsi a proprio agio, anzi godersela. Ma né il Papa, né Parolin all’Onu hanno lanciato invettive. Il metodo dell’agenda della Santa Sede, visto a Parigi e a New York, è di occuparsi e non di tirarsi fuori da un mondo che altri hanno ridotto ad una scacchiera con pezzi da difendere, territori da blindare, linee del fronte armate e ideologiche.

All’Onu Parolin ha parlato più volte, anche del problema dell’innalzamento dei mari, oltre che di sanità pubblica e pandemie, intelligenza artificiale, Gerusalemme e Medio Oriente, diritto allo sviluppo, e poi ha riassunto l’antagonismo della Santa Sede alla sindrome di Babele con un discorso nell’emiciclo esattamente mentre il Papa a Parigi denunciava l’ipocrisia di chi invoca il dialogo, ma in realtà lo ritiene un freno anziché una risorsa per la pace

In altri tempi sarebbe stata una ghiotta opzione, forse anche una predilezione, auto considerarsi minoranza assai influente. Ma già Giovanni Paolo II, quando all’inizio del Pontificato lo applaudirono come il rappresentante della Chiesa del silenzio salito finalmente al soglio di Pietro, respinse con fastidio l’approccio. Con Francesco la prospettiva è definitivamente tramontata. Prevost sta spingendo tutto più in là con la predicazione di un cristianesimo che non sfilaccia alcunché, tesse una trama nella trama del mondo, usando l’ago e non la forbice. L’ago intreccia e punge e nel disordine di Babele sono decisive operazioni. Quando Parolin al Palazzo di Vetro osa dire che sono i nemici i primi a dover intendersi per la pace e il tempo rende intollerabile e più grave la loro responsabilità, è chiaro che per la Santa Sede i «volonterosi» stanno da tutt’altra parte.

Parolin all’Onu ha passato una settimana intera. Ha parlato più volte, anche del problema dell’innalzamento dei mari, oltre che di sanità pubblica e pandemie, intelligenza artificiale, Gerusalemme e Medio Oriente, diritto allo sviluppo, e poi ha riassunto l’antagonismo della Santa Sede alla sindrome di Babele con un discorso nell’emiciclo esattamente mentre il Papa a Parigi denunciava l’ipocrisia di chi invoca il dialogo, ma in realtà lo ritiene un freno anziché una risorsa per la pace o addirittura invitava a smettere di chiamare intelligenza una potenza concentrata nelle mani di pochi con rischi monumentali. Prevost e Parolin hanno indicato insomma come riparare il male, metodo di San Francesco che con il lupo ha negoziato per il bene di tutti.

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