Scuola e IA, la relazione e l’umanità che restano

ITALIA. Sergio Mattarella continua a parlare ai giovani. Lo fa da tempo, con una continuità che non è casuale e con un linguaggio che raramente indulge alla retorica.

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Li incontra nelle scuole, nelle università, nelle occasioni pubbliche; li richiama alle responsabilità, ma soprattutto alla fiducia. E torna a farlo ad Amatrice, inaugurando l’anno scolastico nel luogo che, a dieci anni dal terremoto, porta ancora con sé il significato concreto e faticoso della parola ricostruzione. Questa volta il dialogo parte dalla scuola, ma finisce inevitabilmente per riguardare il futuro. E tra le molte cose dette dal Presidente, due considerazioni meritano di essere tenute insieme.

La prima guarda avanti e riguarda l’intelligenza artificiale: «Non ci potrà mai essere una macchina, per quanto intelligente, al posto di un insegnante». La seconda sembra invece arrivare da un tempo lontano: il ricordo delle poesie imparate a memoria sui banchi di scuola e che, dopo decenni, continuano ad accompagnarci. In realtà parlano della stessa cosa. L’intelligenza artificiale è ormai entrata nelle nostre vite e sta entrando rapidamente anche nelle aule. Sarebbe inutile, oltre che sbagliato, pensare di fermarla sulla porta della scuola. I ragazzi la utilizzano già, spesso molto più degli adulti. Può spiegare un teorema, tradurre un testo, riassumere un libro, correggere un errore, suggerire un percorso di approfondimento. Domani farà certamente molto di più.

L’educazione e la relazione

La questione, dunque, non è scegliere tra l’insegnante e la macchina. È comprendere che cosa debba rimanere irriducibilmente umano nell’educazione. Mattarella ha utilizzato un esempio semplice. Un ragazzo interrompe una spiegazione e pone una domanda. L’insegnante comprende se quella domanda nasce dalla curiosità, dalla difficoltà, dalla voglia di approfondire o, magari, soltanto dal desiderio di perdere qualche minuto. In quella comprensione c’è qualcosa che va oltre la trasmissione delle conoscenze. C’è una relazione. Ed è precisamente questo il punto. Educare non significa soltanto trasferire informazioni.

Se così fosse, la scuola avrebbe già perso da tempo la sua competizione con internet e probabilmente la perderebbe ancora più rapidamente con l’intelligenza artificiale. Educare significa insegnare a distinguere, collegare, dubitare, scegliere. Significa accorgersi di un silenzio, incoraggiare una domanda, riconoscere una fragilità o un talento che magari chi lo possiede non ha ancora scoperto. E forse il senso di tutto questo è racchiuso anche nel piccolo scambio con una bambina delle elementari. Vinto l’imbarazzo, ha chiesto al Presidente se si potesse tornare a gridare quel «sì» al termine dell’Inno nazionale che recentemente è stato eliminato. Mattarella le ha risposto sorridendo: «Potete fare quello che volete, ragazzi…».

Per aggiungere subito dopo: «Sempre secondo quello che dicono gli insegnanti». Una battuta, certamente. Ma anche una piccola lezione. Perché la libertà che la scuola deve insegnare non è assenza di regole e l’autorevolezza dell’insegnante non dovrebbe mai diventare negazione della spontaneità. Quel breve scambio restituisce qualcosa di essenziale dell’esperienza educativa: educare significa accompagnare la libertà mentre cresce. Non soffocarla, ma neppure abbandonarla a se stessa.

L’IA strumento per la scuola

Per questo l’intelligenza artificiale può diventare uno straordinario strumento della scuola, ma non può essere la scuola. E qui tornano, sorprendentemente, le poesie imparate a memoria. Per anni abbiamo pensato che imparare a memoria appartenesse a una pedagogia superata. Perché ricordare ciò che possiamo trovare in pochi secondi su uno smartphone? La domanda appare ragionevole. Eppure rischia di confondere la disponibilità delle informazioni con il possesso della conoscenza.

Ciò che sappiamo trovare non è necessariamente ciò che sappiamo. E ciò che sappiamo non coincide ancora con ciò che abbiamo compreso. Una poesia custodita nella memoria non è semplicemente un insieme di versi archiviati nel nostro cervello. È una parola che può riaffiorare molti anni dopo, davanti a un paesaggio, a una perdita, a un amore, a un momento difficile. Diventa parte del nostro modo di leggere il mondo. Mattarella lo ha detto con una frase altrettanto semplice: «La cultura rende liberi». Forse proprio nell’epoca dell’intelligenza artificiale questa affermazione acquista un significato nuovo. Più le macchine saranno capaci di darci risposte, più avremo bisogno di persone capaci di formulare domande. Più avremo accesso immediato a una quantità sterminata di informazioni, più diventerà importante possedere gli strumenti culturali per comprenderle, selezionarle e, quando necessario, metterle in discussione.

La sfida è insegnare a usare la tecnologia

La vera sfida educativa non sarà allora insegnare ai giovani a competere con le macchine. Sarebbe una gara inutile. Sarà insegnare loro a utilizzare strumenti potentissimi senza delegare ad essi la propria capacità di giudizio. Per questo abbiamo ancora bisogno degli insegnanti. E forse abbiamo ancora bisogno anche di qualche poesia imparata a memoria. Non per nostalgia della scuola di ieri, ma per costruire meglio quella di domani. Perché il futuro al quale Mattarella continua a invitare i giovani a guardare con fiducia non si affronta cancellando il passato, ma portando con sé ciò che ci ha insegnato. E abbiamo bisogno di ragazzi che continuino a fare domande. Anche quelle impreviste, come quella bambina che ha trovato il coraggio di chiedere al Presidente della Repubblica se, alla fine dell’Inno, si possa ancora gridare «sì». Forse, in quel «sì», c’è più futuro di quanto sembri.

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