Sicurezza ed esteri, le spine dei due poli
MONDO. Il vertice dei leader della maggioranza riunito nella serata del 9 luglio a palazzo Chigi è servito a fare il punto della situazione all’indomani del summit Nato di Ankara sui dossier maggiormente in discussione in questo momento.
Lettura 2 min.Preso atto che ad Ankara Giorgia Meloni ha «vinto» il confronto di immagine con Trump mediante un uso accorto dell’atteggiamento in pubblico e l’esibizione di una coerenza di linea che va aldilà dello stesso presidente Usa: «Il rapporto ultradecennale tra gli Stati Uniti e l’Italia supera le persone che lo incarnano e resta solido come sempre», per dirla con Antonio Tajani che, per suo conto, ha incontrato a lungo il segretario di Stato Rubio. «Noi – ha spiegato Meloni - abbiamo confermato i nostri impegni presi in sede Nato per il riarmo ma senza per questo svendere gli investimenti all’estero: i soldi che spendiamo devono restare in Italia, alle nostre aziende, per creare lavoro e valore, senza assegni a stranieri».
Le pressioni degli Usa
Più chiaro di così... certo è che l’irritazione Usa, di cui le offese di Trump sono il sintomo più eclatante, non mancherà di aumentare le proprie pressioni; si tratta di vedere fino a che punto il governo di Roma potrà resistere al principio: «Decidiamo noi il come, il quando e il quanto» a proposito di difesa e sicurezza.
Giorgia Meloni ha spiegato che non sarà presente al prossimo vertice dei Volenterosi (andrà Tajani) perché ci sono troppi argomenti che esigono la sua presenza in Patria: primo, la legge elettorale; secondo, un nuovo giro di vite sulla sicurezza per le strade. Per la prima questione, c’è molta attesa su cosa farà il centrodestra dopo che i sondaggi confermano uno dopo l’altro che il «Melonellum», nato per assicurare stabilità di governo mediante il premio di maggioranza, potrebbe rivelarsi un danno a tutto danno della coalizione oggi al governo, e sarebbe un’autentica beffa.
Del resto i sondaggi continuano a dare il Campo Largo ancora in vantaggio sul centrodestra che potrebbe ribaltare la situazione solo incorporando i voti di Vannacci e dell’estrema destra filoputiniana e xenofoba. È anche per questa ragione che a palazzo Chigi stanno cercando di varare nuove norme che impediscano al generale di intestarsi in solitaria la battaglia per la sicurezza contestando governo di aver fallito rispetto alle promesse elettorali. Questo è un prezzo che Meloni non vuole assolutamente pagare, ma servono fatti per recuperare terreno e rintuzzare la polemica dei «futuristi»: carcere sicuro per chi commette reati ed espulsioni effettivamente portate a compimento e non solo scritte sulla carta.
Il Campo Largo
Contro questa strategia del «giro di vite» il Campo Largo nel comizio unitario di Napoli (assente Renzi) ha rilanciato i suoi tradizionali argomenti sulla politica di inclusione e della accoglienza dei migranti. È uno dei (pochi) punti su cui Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs si trovano d’accordo. Sul resto, e soprattutto sulla politica estera, invece ognuno va per la sua strada.
Fratoianni nel comizio partenopeo ha invocato l’uscita dagli accordi e dai trattati Nato mentre Conte non ha mancato di difendere Putin da un’Europa che, a suo giudizio, starebbe «creando la minaccia russa» al solo scopo di favorire l’industria delle armi.
Posizioni che fanno letteralmente rizzare i capelli in testa non solo ai riformisti del Pd sempre più in difficoltà (ieri se ne è andato anche Bruno Tabacci, confluito nel gruppo Misto della Camera) ma anche la segretaria Elly Schlein colta di sorpresa dalle posizioni che i suoi alleati hanno esposto in un comizio comune quasi fossero condivise dall’intera coalizione.
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