Stati Uniti, il compleanno diventato barzelletta

MONDO. Quando Donald Trump ha finito di parlare, la grande cerimonia per i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti è proseguita con uno spettacolo di fuochi artificiali: 850mila salve per quello che, forse, è stato il più imponente spettacolo pirotecnico di sempre.

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Peccato che, come hanno fatto sapere dall’American Pyrotechnics Association, la stragrande maggioranza dei fuochi usati negli Usa venga dalla Cina e su di essi gravi un dazio del 145%. Zitto zitto, nello scorso maggio Donald Trump ha abbassato il dazio al 30%, riservandosi di riportarlo al 145% dopo tre mesi. Giusto il tempo, quindi, di sparare fuochi cinesi per festeggiare l’indipendenza degli Usa.

L’America di Trump è tutta in questo piccolo retroscena. Continuare a ripetere di essere i migliori, i più forti, i più coraggiosi, e poi dietro le quinte fare i conti con una realtà assai meno trionfale. È il marchio di fabbrica del tycoon: quando governano gli altri lo slogan è «Rifacciamo grande l’America»; e quando governa lui, solo perché governa lui e a prescindere da ciò che succede, l’America come per miracolo è grande.

Nel discorso c’è stata poca memoria (la rivolta delle 13 colonie inglesi, la Dichiarazione d’indipendenza, il principio «no taxation without representation» e altre cosette che hanno fatto la Storia) e dosi industriali di retorica. Da abbiamo annientato l’Iran (nelle stesse ore milioni di persone a Teheran commemoravano l’ayatollah Alì Khamenei) a andremo su Marte presto, anzi prestissimo, passando per «Oggi il nostro Paese è più ricco, più sicuro e più orgoglioso che mai», anche se entra in una guerra dopo l’altra e ha sentito necessario investire nel 2026-2027 ben 1.500 miliardi di spese per l’apparato della Difesa. Per non parlare dell’affermazione che gli Usa hanno garantito i diritti «a cittadini di ogni razza, religione, colore e credo, perché siamo un unico popolo, un’unica famiglia»: vero, purché non se ne vanti lui, il presidente che attua una politica anti-migranti quasi feroce.

Nel discorso c’è stata poca memoria (la rivolta delle 13 colonie inglesi, la Dichiarazione d’indipendenza, il principio «no taxation without representation» e altre cosette che hanno fatto la Storia) e dosi industriali di retorica

In più, Trump ha colorato il discorso con una pennellata di grottesco, producendosi in una nuova intemerata sul comunismo che, come quella sul monte Rushmore, è parsa quasi incredibile. Descrivere gli Stati Uniti come un Paese minacciato dal virus del comunismo porta tutto alle soglie della barzelletta ma tant’è, Trump spesso straparla ma mai a vanvera, dev’esserci uno zoccolo duro di americani che ancora crede al pericolo rosso.

In realtà, queste celebrazioni, che avrebbero dovuto avere un afflato magari nazionalista ma comunque unitario, sono state trasformate da Trump in una clamorosa autocelebrazione, nello stile che aveva segnato la sua campagna elettorale

In realtà, queste celebrazioni, che avrebbero dovuto avere un afflato magari nazionalista ma comunque unitario, sono state trasformate da Trump in una clamorosa autocelebrazione, nello stile che aveva segnato la sua campagna elettorale. Non ha giovato, in questo senso, che il compleanno della nazione americana arrivasse a brevissima distanza da quello dello stesso tycoon, celebrato con un circo Barnum di lottatori esibito sul prato della Casa Bianca, di fatto equiparata al suo resort golfistico di Mar-a-Lago.

Può darsi che abbia ancora una volta ragione lui, che la lingua madre della comunicazione con l’elettorato americano (una sua parte consistente, almeno) sia proprio quella, tra i film della Marvel e la country music. Qualcuno, quando Trump si apprestava a surclassare Kamala Harris, disse: i democratici hanno il voto di Bruce Springsteen, Trump quelli di chi ascolta Bruce Springsteen. E che, dunque, i sondaggi che lo danno molto in basso nell’approvazione degli elettori vengano infine rovesciati allo scoccare delle elezioni di metà mandato. Il problema, con Trump, non sono le parole. Sono i fatti. Che fin troppo spesso somigliano alle parole.

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