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ITALIA. Si racconta che alle presidenziali del 1964 Aldo Moro volesse sbarrare la strada a Giovanni Leone e chiedesse a Carlo Donat-Cattin i mezzi tecnici.
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Risposta: «Sono solo tre: il pugnale, il veleno o i franchi tiratori». Gino Pallotta nel suo insuperato Dizionario della politica italiana lo ritrae alla perfezione: «Nel franco tiratore c’è l’immagine del cecchino nascosto, pronto a colpire all’improvviso». Come martedì: alle 19 non ce n’era l’ombra, alle 19,09 in 30. La differenza è che lo sniper militare rischia di essere scoperto. Quello parlamentare, dopo aver colpito, torna al gruppo e partecipa indignato alla caccia al colpevole. Più che un film di guerra, una commedia all’italiana.
Il franco tiratore in origine era un soldato che sparava da solo o in piccoli gruppi contro un esercito regolare. Non obbediva a un piano generale, non aspettava ordini. Gli bastava un bersaglio. Trasportato a Montecitorio, ha conservato quasi tutto: istinto, nascondiglio, gusto dell’agguato. Ha soltanto sostituito il fucile con una scheda. È quanto accaduto con l’emendamento sulle preferenze, affondato da un pattuglione del centrodestra.
Nei corridoi è cominciata la caccia ai «badogliani», dal nome del maresciallo che tradì l’Italia fascista l’8 settembre. Il che la dice lunga sul clima storico che si vive in Parlamento dopo l’avvento di Vannacci. Strano che per Meloni qualcuno non abbia evocato un 25 luglio, visto che siamo in stagione. Nessuno sa chi siano, ma tutti assicurano di non esserlo. La storia repubblicana è piena di questi fantasmi.
Moro all’Assemblea costituente si era opposto al voto segreto, intuendone gli inconvenienti. Fu profeta, ma non abbastanza da rinunciare, quando serviva, alla profezia, come appunto nello sbarrare il passo a Leone per aprire a Saragat. Amintore Fanfani ne fu bersaglio ricorrente. Arnaldo Forlani si vide troncare la corsa al Colle nel 1992 e allora si sussurrò il nome di Giulio Andreotti, che naturalmente non aveva visto né sentito nulla. Bettino Craxi cadde sotto i cecchini parlamentari e invocò limiti al voto segreto. Nel 1980 il governo Cossiga ottenne una fiducia robusta e subito dopo perse per un voto un decreto economico d’emergenza: 329 deputati lo avevano sostenuto in pubblico; abbastanza, nell’ombra, si ricordarono di avere una coscienza.
Nell’aprile 2006, alle elezioni per la presidenza del Senato, alcuni deputati anziché scrivere il nome del candidato designato Franco Marini vergarono il nome Francesco Marini annullando la scheda e affossando la candidatura. «I Franceschi tiratori», ironizzò Andreotti. Poi venne il 2013, la carica dei 101. Romano Prodi fu candidato al Quirinale dal centrosinistra e abbattuto da un bel gruppone di colleghi di partito. I «traditori» non furono mai trovati. Eppure il voto segreto non nacque come strumento di slealtà. Sopravvisse dallo Statuto albertino alla Repubblica a garanzia dell’autonomia dei parlamentari. La sola lunga sospensione arrivò con il fascismo. Il problema non è il voto segreto ma l’uso che se ne fa: può proteggere una coscienza o coprire una vendetta, distinguere è fatica inutile. Il franco tiratore non confessa, non rivendica, non spiega. Colpisce e scompare. Poi si presenta alla riunione di maggioranza e chiede, con voce severa: chi è stato?
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