Tra guerre e solitudini, la risposta di Leone

MONDO. È come se dopo aver studiato a fondo le «carte nautiche» del mondo, la «Barca di Pietro» fosse tornata a solcare idealmente le acque del lago di Tiberiade, proseguendo l’azione di evangelizzazione partita da quelle sponde duemila anni fa.

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Chiuso il pontificato di Francesco, il suo successore - nella migliore tradizione agostiniana, che tende a valorizzare la riflessione prima dell’azione - si è preso il tempo necessario per analizzare la posizione di tutti i pezzi sulla scacchiera. E poi ha cominciato a muovere. Per cercare di dare scacco - con pazienza e con determinazione, senza guardare in faccia a nessuno - alle barbarie che affollano il mondo. Non solo guerre, non solo violenza, ma povertà, solitudini, emarginazioni, abbandoni. Arroganza e prepotenza.

Se il primo Viaggio apostolico di Leone XIV in Africa aveva aperto una nuova finestra sul Papato - la fermezza con cui aveva risposto al becero attacco del presidente statunitense Donald Trump non aveva zittito soltanto il capo della Casa Bianca, ma anche tutti i detrattori del Pontefice -, quello in Spagna ha dischiuso in meno di una settimana un’azione pastorale potente e incisiva, un magistero mostrato al mondo con grande semplicità e altrettanta naturalezza, segni di forza e di autorevolezza di un Papa mite, ma deciso a proseguire imperterrito per la strada che ha scelto di intraprendere.

In un certo senso, quello in Spagna non è stato solo un viaggio «in», ma un viaggio «per». Un viaggio per la carità, dentro la carità della Chiesa, per far capire al mondo non solo e non tanto chi è Papa Prevost, ma cosa ancora oggi - ventun secoli dopo la nascita di Cristo - la Chiesa è capace di offrire all’umanità perché viva nella pace, in pace con sé stessa, in pace con il mondo e con il pianeta. La magnifica humanitas che il Pontefice ha esaltato nella sua prima enciclica non è soltanto un richiamo a non farsi schiavizzare dalla tecnologia (e noi che pensiamo sia il contrario), non è solamente un invito a far prevalere l’uomo, ma è un tassello - potentissimo - del suo magistero, segnato fin dall’inizio dall’amore per l’uomo e - appunto - per la sua umanità.

La guerra, la violenza, la cattiveria che sembrano governare il nostro tempo (e anche le strade delle nostre città) appartengono sì all’uomo (da Caino in poi è sempre stato così), ma non sono fatte dell’umanità che lo costituiscono. Intesa come sentimento di carità di un uomo verso un altro uomo. Intesa come ascolto. Intesa come accoglienza. Intesa come carezza a chi è lasciato solo. E Papa Leone ha dimostrato non solo agli spagnoli, ma al mondo intero, che un’altra umanità è possibile e che la Chiesa può aiutarci a cambiare. «Portare carità dove c’è miseria - dice il Papa -, speranza dove c’è afflizione, fede dove c’è sfiducia, è così che lo sguardo di Gesù trasforma la realtà».

Nell’invito ad «alzare lo sguardo» - quasi una supplica - c’è la spinta a non lasciarsi imprigionare dalla paura, dall’individualismo o dalla rassegnazione. «Alzad la mirada» per guadare oltre, verso la solidarietà, l’accoglienza, la speranza, la pace. C’è l’implorazione a mettere da parte le sirene del transumanesimo e del post umanesimo. Il primo vorrebbe abbandonare l’uomo nelle mani della tecnologia e della scienza per superare i propri limiti biologici con la convinzione che l’essere umano non è il punto finale dell’evoluzione, ma può deliberatamente migliorarsi attraverso gli artifici «digitali» e «intelligenti». Il secondo mette invece in discussione l’idea stessa di uomo e del perché debba essere al centro di tutto, negando così ciò che invece concorre al raggiungimento della «perfezione dell’uomo», a cui non serve solo la tecnologia per migliorarsi, ma - soprattutto - la dimensione morale, spirituale e relazionale. In ogni discorso pronunciato in terra spagnola non ha mancato di sottolineare con forza quanto sia importante superare le polarizzazioni politiche e culturali, recuperare la cultura dell’incontro, valorizzare le radici cristiane senza trasformarle in uno strumento di esclusione, costruire una società aperta e coesa nel piano rispetto della vita umana, compresa quella nascente. Una nazione forte non si costruisce contro qualcuno, ma attraverso il dialogo tra le differenze. Vale per una nazione, vale per ogni società del mondo.

Da qui la condanna verso la guerra e contro l’indifferenza verso le vittime dei conflitti: «Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre» ha spiegato con una semplicità disarmata e disarmante Papa Leone, rifiutando ogni giustificazione della violenza e collegando fede, pace e responsabilità verso gli innocenti. «La vera sicurezza nasce dal rispetto del diritto internazionale», e ciò vale anche sul fronte dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, ribadendo quanto sia necessaria la tutela della dignità di ogni uomo. Le migrazioni, ci ha ricordato il Papa, rappresentano una questione morale che interpella tutti: Paesi di origine, di transito e di destinazione. L’Europa non può abituarsi ai morti nel Mediterraneo e nell’Atlantico, non può proclamare la dignità umana e accettare nel contempo che quei mari diventino «cimiteri senza lapidi», richiamando idealmente Papa Francesco, che definì il Mediterraneo il cimitero più grande d’Europa. «La città è una per tutti, è singolare e plurale» ha ricordato ieri salutando Pavia: «Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio, che custodiscono piazze, parchi, strade come luoghi di incontro per eccellenza».

E poi i giovani, che raramente hanno occupato uno spazio così centrale in un viaggio papale. Ha parlato loro delle loro paure, della solitudine e del disagio che sembra opprimerne molti. A loro ha chiesto di non chiudersi in sé stessi, di non isolarsi. Per loro ha chiesto che il tema della salute mentale diventi una priorità sociale e sanitaria. E gli anziani, per i quali ha denunciato la tendenza a considerare normale la loro solitudine, invitando la società a non lasciare nessuno senza relazioni, cura e compagnia. E infine, ma non ultime, le vittime degli abusi, impegnando nuovamente la Chiesa nell’ascoltare le loro testimonianze e a migliorare le risposte istituzionali. Insomma, Leone ha aperto il Vangelo e pagina dopo pagina lo declina al mondo, con semplicità e naturalezza. Del resto, già due giorni dopo la sua elezione, aveva detto ai Cardinali di voler far suo l’auspicio che Paolo VI pose all’inizio del proprio ministero petrino: «Passi su tutto il mondo come una grande fiamma di fede e di amore che accenda tutti gli uomini di buona volontà, ne rischiari le vie della collaborazione reciproca, e attiri sull’umanità la forza stessa di Dio». Viste le premesse, non sembra rimanga solo una citazione.

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