L’indagine su Gerione e il furto dei buoi rossi
IL MITO CLASSICO RIVISITATO. «Autobiografia del Rosso» è un romanzo in versi del 1998, che ha fatto conoscere l’audacia creativa del Premio Nobel per la letteratura 2026
Lettura 2 min.La poetica di Anne Carson, Premio Nobel per la letteratura 2026, parte dai silenzi, dalle assenze. Quando Ingrid Carlberg, segretaria dell’Accademia di Svezia, è riuscita a raggiungerla al telefono per comunicarle la notizia, secondo quanto lei stessa ha riferito, la scrittrice si trovava in Islanda, e ha fatto in tempo a dire soltanto che stava ascoltando il vento. Un commento che si intona bene con il suo stile e linguaggio, in cui «le parole, a lasciarle fare, fanno quello che vogliono e anche che devono fare».
È ciò che accade in «Autobiografia del Rosso»: un libro del 1998, arrivato in Italia per la prima volta nel 2000, appena ripubblicato in terza edizione da La Nave di Teseo. La motivazione del premio dice che la sua è un’opera «audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea». Un dialogo molto evidente in questo libro, che prende le mosse dai frammenti del poeta siciliano Stesicoro, vissuto nel VII secolo a.C., di cui restano pochi versi e citazioni: un poema sul mostro alato Gerione, che Eracle uccide per rubargli i buoi rossi.
Carson nell’introduzione si chiede «cosa cambiò Stesicoro» nella poesia della sua epoca, e risponde con una intrigante lezione sull’aggettivo. In greco epitheton significa «aggiunto», «importato», «straniero». In Omero l’epiteto è un cardine che tiene ogni cosa al suo posto. Stesicoro ha smontato quei cardini, ha lasciato che il mondo si animasse, e soprattutto ha scelto di guardare dalla parte di chi perde, non dell’eroe vincitore ma del «mostro».
Da questo scarto nasce il romanzo in versi. Gerione è un bambino rosso con le ali ripiegate, ali di cui si vergogna e che tiene nascoste sotto il giubbotto, un’ombra piccola che va a scuola dietro il fratello maggiore, e che lungo il racconto attraversa la fatica, l’amore, il fallimento, la violenza, la rabbia, il dolore. Il libro si compone di 47 brevi capitoli dai titoli di una concretezza quasi diaristica (Giustizia, Martedì, Chincaglieria, Acqua), preceduti dai frammenti di Stesicoro e da tre appendici sul suo presunto accecamento per mano di Elena, e chiusi da un’intervista immaginaria al poeta antico.
Il verso è lungo, spezzato, senza virgolette e punteggiatura nei dialoghi. Alterna brani con una sintassi semplice a notazioni «alte». In una pagina suggestiva la pelle dell’anima è paragonata alla crosta terrestre, in proporzione più sottile di un guscio d’uovo. Questa convivenza di scienza e immaginazione, mito e concretezza, poesia e vita quotidiana, è ciò che rende la narrazione vicina all’uomo contemporaneo, a caccia delle proprie mancanze, di ciò che rende fragili. Non è un libro facile, a tratti risulta perfino disturbante. La traduzione di Sergio Claudio Perroni ne rende con cura il passo irregolare, preservandone lo scarto fra ironia e tenerezza.
A novembre uscirà in Italia il seguito, «Red Doc» (sempre per La Nave di Teseo). Pubblicato in lingua inglese nel 2013, riprende le vicende di Eracle e Gerione, ribattezzati Sad e G, che vagano attraverso paesaggi di sapore mitologico: una vicenda che spinge a riflettere su che cosa accada a chi sopravvive al proprio mito.
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