«Plissé», nel romanzo di Irneari caccia al tesoro contro l’Alzheimer

Città Alta Lunedì 11 luglio lo scrittore presenta il suo libro: insieme al racconto «L’appartamento» diventerà una pièce teatrale.

Nuovo appuntamento oggi alle 17,45 con la rassegna «Aperilibro», proposta dall’associazione Lettura & Cultura - Amici delle biblioteche di Bergamo nella terrazza del ristorante «DaMimmo», via Colleoni 17, in Città Alta. Giulio Irneari (pseudonimo di Giuseppe Raineri) presenta il suo romanzo «Plissé» (Silele). Protagonista un padre colpito dal morbo di Alzheimer, che organizza per i figli una caccia al tesoro sotto forma di lettere, prima che la malattia prenda il sopravvento. Ogni lettera contiene indizi molto scarni per trovare quella successiva. La sfida viene raccolta dai figli quando il padre è ormai sopraffatto dalla malattia e si rivelerà un viaggio attraverso i ricordi, le persone che ha amato, i suoi interessi per la musica di Bach. Attraverso gli occhi dei due figli si alternano descrizioni, considerazioni, quadri al presente e del passato. Il romanzo inizia presentando la dolorosa condizione che affligge i malati e i famigliari, dentro e fuori i reparti specializzati per questo tipo di demenza. Poi il ritmo cambia attraverso gli incontri e i dialoghi con chi è in possesso delle lettere e i testi che il padre ha elaborato.

L’incontro del padre con la morte e le situazioni che spingeranno i figli a confrontarsi con il mistero e i dubbi che accompagnano la vita di tutti i giorni, porteranno i figli e i lettori verso l’epilogo.

Dal romanzo e da un racconto correlato, sempre dello stesso autore, è in fase di realizzazione una pièce teatrale sul tema dell’Alzheimer dal titolo «L’appartamento», che verrà messa in scena nel prossimo autunno/inverno grazie all’adattamento teatrale e alla regia di Marco Foresti, che sarà presente all’incontro e con l’attore Daviz Brett offrirà al pubblico un’anteprima dello spettacolo, leggendo alcuni passaggi.

Perché e come portare in teatro la malattia di Alzheimer? «Scrivere di una malattia grave in genere e di una degenerativa in particolare – commenta Foresti – può avere motivazioni personali molteplici, tutte egualmente comprensibili: la catarsi, l’elaborazione del dolore, la necessità di parlarne e liberarsi con la parola dal peso della sofferenza patita al fianco di chi ne viene colpito. Se fatto con onestà si trasforma in condivisione e scelta deliberata di mettersi a nudo, esporsi al giudizio, alla critica di altri, mettersi comunque in discussione in prima persona. Prima de “L’appartamento”, racconto che rappresenta una metafora della malattia, che sfrutta l’analogia dell’impoverimento progressivo del cervello con lo svuotamento di una casa stanza per stanza in relazione alle singole facoltà mentali che si vanno sgretolando nel tempo, Giulio Irneari ha scritto sullo stesso argomento il romanzo “Plissé” dal quale sono stati tratti spunti aggiuntivi per la riduzione teatrale. Destinare il proprio tempo alle persone, ad una causa, diventa la cosa più preziosa, è il segno concreto dell’amore e della dedizione perché è chiaro che a differenza di qualunque altra gratificazione non è merce di scambio, non verrà più restituito. Questa scelta iniziale che aveva una valenza intima, personale, ha avuto un’evoluzione più sociale in forza della decisione di superare l’imbarazzo che nasce nel parlare di Alzheimer anche al di fuori della cerchia di chi ne è coinvolto, come il personale sanitario, i “caregiver”, i parenti. Non si deve avere paura di parlarne perché occorre infrangere l’isolamento in cui ci si chiude più o meno spontaneamente. I timori e la solitudine e talvolta il senso inopportuno della vergogna che si scatena in seguito al contatto con la malattia vanno superati con il coraggio della parola e del gesto. Portare in scena il racconto “L’appartamento” rappresenta un’evidente opportunità per attingere ad una ricca gamma di strumenti comunicativi. Il teatro in tutto questo diventa uno strumento fondamentale per dare ancora più forza alla parola scritta che si fa memoria».

La gamma ricchissima di potenzialità espressive della messa in scena di un testo, apre potenzialmente nuovi orizzonti per comunicare, condividere, sollecitare riflessioni, suscitare emozioni. Così come accaduto con il successo della pièce «Io sono Emil - Vivo in una boccia di vetro – Parole dall’autismo», adattamento teatrale di Marco Foresti tratto da un racconto di Annarosa Ceriani.

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