Sulle tracce di un amore in bilico tra due mondi

TRA ITALIA E PALESTINA. Dal ritrovamento delle lettere della madre, la ricostruzione di mezzo secolo di storia, in un viaggio da Firenze a Betlemme in cerca di speranza e giustizia.

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La storia della Palestina è anche, e spesso purtroppo, una storia di fughe repentine e di abbandono, così quando Anna torna a Ramallah quello che era un ricordo dolcissimo di un’infanzia trascorsa nel giardino dei limoni della casa paterna ecco che si rivela in tutta la sua terribile devastazione.

Di quel tempo non sono infatti che rimasti i ricordi, le pareti rilasciano ora una memoria inquieta e sospesa, come quella di una fuga. Tutto in realtà è rimasto come allora, come bloccato e ammuffito negli anni.

Si apre così lo struggente romanzo della scrittrice italo palestinese Sabrin Hasbun, cresciuta vicino a Gerusalemme e ormai da anni cittadina inglese. «Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono» (Feltrinelli, con la traduzione di Silvia Rota Sperti) è un romanzo - quasi un memoir - sulla perdita delle origini, una perdita violenta che lascia aperti i conti con il proprio passato. Una ferita difficile da rimarginare, che contiene un tempo da recuperare e che in parte si trova in alcuni vecchi quaderni.

La complessa questione palestinese viene così affrontata da un punto di vista tanto intimo quanto potente, la storia di una figlia e di una nipote, la storia di una famiglia spezzata, parte di una diaspora che comprende migliaia di persone sparse tra l’Europa e gli Stati Uniti. Donne e uomini non solo in cerca di una casa, ma di una memoria che li riconosca anche agli occhi dei figli e dei nipoti, come nel caso di Anna.

Un libro bello e dolcissimo, eppure amaro e disperato come appare nel lungo finale, in quel ritorno necessario, urgente e obbligato che vede la narratrice tornare a Ramallah dopo oltre dodici anni di assenza

Partendo dalla storia della madre, Anna ricostruisce gli amori e le vicissitudini di una donna italiana che s’innamorerà di un uomo palestinese. Il romanzo ha la forma della storia d’amore che si consuma tra i colli fiorentini e il paesaggio non meno iconico che contorna Betlemme. Si tratta di anni ancora gonfi di speranza, che attraversa i cuori di due ragazzi, un uomo e una donna che pretendono felicità e un futuro all’altezza dei loro cuori.

Le cose non andranno come previsto, come spesso e volentieri accade. Resta nelle lettere della madre il senso di un tempo colmo di speranza, ma anche di un’idea politica di comunità, di unità capace di superare confini che oggi appaiono così tremendamente invalicabili. «Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono» ha la forza icastica di un racconto capace di andare oltre l’ovvio, oltre quella banalità del male che riempie le cronache dai territori occupati della Palestina, proponendo al suo posto un’umanità di cui c’è sempre più urgentemente bisogno.

La complessa questione palestinese viene così affrontata da un punto di vista tanto intimo quanto potente, la storia di una figlia e di una nipote, la storia di una famiglia spezzata, parte di una diaspora che comprende migliaia di persone sparse tra l’Europa e gli Stati Uniti

Un libro bello e dolcissimo, eppure amaro e disperato come appare nel lungo finale, in quel ritorno necessario, urgente e obbligato che vede la narratrice tornare a Ramallah dopo oltre dodici anni di assenza. Non c’è una possibile risoluzione politica, non esiste oggi una pacificazione anche solo potenzialmente immaginabile, ma resta la capacità delle radici e della memoria di stringere un’alleanza virtuosa tra le donne e gli uomini in nome di una terra e di una storia, privata e pubblica, intima e personale, che ha il diritto di pace e di un futuro diverso, possibilmente capace di accogliere anche mondi oggi non solo lontani, ma opposti gli uni agli altri.

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