«Dalla seconda vita di un oggetto nasce l’aiuto per missioni e famiglie»
LA STORIA. L’associazione La Casa di Agnese di Alzano recupera abiti e cose usate e le destina alla solidarietà.
Cose vecchie che generano idee nuove: è questa la magia semplice dell’associazione «La Casa di Agnese», nata nel cuore di Alzano Lombardo. Abiti dimenticati negli armadi, oggetti recuperati da un cassetto, diventano semi di solidarietà e amicizia. A creare questo «circolo virtuoso», ventuno anni fa, è stato un gruppo di amiche: «Eravamo tutte mamme - racconta Elena Bonomi, una delle fondatrici per molti anni presidente dell’associazione -, i nostri figli erano ancora piccoli, ed è nato in noi il desiderio di fare qualcosa per gli altri. Siamo partite dai corredini dei nostri bambini, con l’idea che potessero essere riutilizzati da chi ne avesse bisogno».
«All’inizio offrivamo abiti e giocattoli in cambio di offerte, che poi venivano destinate alle missioni»
Hanno mosso i primi passi all’oratorio: «Il parroco di allora, don Tarcisio Troiani, ci ha accolto e dato spazio in uno stabile della parrocchia - continua Elena - e così sono nati i nostri primi progetti: offrivamo abiti e giocattoli in cambio di offerte, che poi venivano destinate alle missioni».
Il riciclo alla base del progetto
Alla base l’idea del riciclo che allora era meno diffusa e «alla moda» rispetto a oggi: «Nei vestiti usati - osserva Betty Valle, attuale presidente, anche lei fra le fondatrici - abbiamo trovato un punto di partenza, e allora non immaginavamo che ci avrebbe portato così lontano». Hanno seguito i progetti e le speranze dei missionari bergamaschi, sostenendo le loro attività in giro per il mondo, dall’Africa all’America Latina e Asia. Ma si sono rivolte con attenzione e sensibilità anche alle necessità del territorio.
Nella loro sede in vicolo Rino, abiti e oggetti sono esposti in modo armonioso, ordinato. Si trova un po’ di tutto: giacche, pantaloni, camicie, borse, scarpe, ma anche piatti, ciotole e soprammobili. «Non l’avevamo pianificato - sorride Betty -. La nostra idea è piaciuta e abbiamo ampliato l’assortimento rispondendo alle richieste della gente, grazie alle donazioni che man mano arrivavano». Ci hanno pensato il passaparola (e la provvidenza) a soffiare vento nella vela della loro piccola barca, che chissà come si è trovata in mare aperto.
L’unione tra domanda e offerta solidale
«Nella prima sede - ricorda Elena - avevamo solo qualche mobile preso in prestito, una stanza come magazzino, uno spazio piccolo per l’esposizione. Ma ci siamo rese conto che questa attività poteva rispondere a tante esigenze diverse: da un lato c’erano le persone che avevano bisogno di fare spazio negli armadi, e avevano capi ancora belli, che era un peccato buttare. Dall’altra c’era chi aveva bisogno d’aiuto, sia sul territorio, sia in altre parti del mondo».
N el nome del gruppo si nasconde un omaggio a madre Teresa di Calcutta, che prima di prendere i voti si chiamava Agnese. «Mi sono rivolta alle suore Missionarie della Carità - racconta Elena - la congregazione che lei ha fondato, per adottare mia figlia, che oggi ha 31 anni. Sono rimasta colpita dalla loro dedizione alle persone più fragili, dalla gratuità e dalla schiettezza delle loro azioni. Mi hanno dato l’ispirazione. Per questo, quando si è trattato di cercare un nome adatto per l’associazione, ho proposto questo, e le altre volontarie mi hanno appoggiato».
L’associazione comprende una quindicina di volontari, per la maggior parte donne, liberi di scegliere progetti sempre nuovi, «sempre con l’impegno - sottolinea Betty - di seguirne l’evoluzione da vicino»
Le due sedi
Dal momento della fondazione, «La Casa di Agnese» ha già traslocato due volte, prima in via Cavour e poi dal 2011 in vicolo Rino, ed è diventata Odv, organizzazione di volontariato. Oggi comprende una quindicina di volontari, per la maggior parte donne, liberi di scegliere progetti sempre nuovi, «sempre con l’impegno - sottolinea Betty - di seguirne l’evoluzione da vicino». Betty è stata reclutata da Elena: «Facevo già mille cose all’oratorio, ma mi è piaciuta l’idea di mettersi a disposizione degli altri in modo diverso, di creare qualcosa di nuovo».
Una testimonianza: «Dedico alla nostra attività un pomeriggio alla settimana e un sabato al mese. Mi piace molto stare con le amiche dell’associazione, abbiamo creato relazioni vere e solide tra noi, e lavorare insieme per gli altri è una cura anche per noi: ci aiuta ad aprire gli orizzonti, ad alimentare pensieri positivi, pieni di speranza, anche nei momenti difficili»
Anche Veronica Persico è entrata fin dagli inizi nell’associazione: «I nostri bambini giocavano insieme all’oratorio, e ho sposato subito volentieri l’idea di dare valore anche a cose che sembravano aver esaurito il loro ciclo di vita e che altrimenti sarebbero state buttate. Anche i miei figli sono cresciuti usando gli abiti usati, e coltivando l’idea dell’economia circolare e del riciclo come valore. Dedico alla nostra attività un pomeriggio alla settimana e un sabato al mese. Mi piace molto stare con le amiche dell’associazione, abbiamo creato relazioni vere e solide tra noi, e lavorare insieme per gli altri è una cura anche per noi: ci aiuta ad aprire gli orizzonti, ad alimentare pensieri positivi, pieni di speranza, anche nei momenti difficili. Quando penso a tutti i progetti che siamo riusciti a realizzare mi sento davvero soddisfatta e felice».
È bello avere accanto altre persone che condividono obiettivi e valori, oltre alle attività concrete: «Siamo diventate amiche - spiega Veronica -, parliamo molto fra noi, se abbiamo un problema sappiamo di avere qualcuno su cui contare. Non ci limitiamo a svolgere delle attività, il tempo trascorso insieme, la nostra amicizia rappresenta un valore aggiunto. È vero che facciamo del bene, ma ne riceviamo anche molto».
L’attenzione per l’infanzia
Betty ripercorre la storia dell’associazione sfogliando l’album dei ricordi, pieno di fotografie, lettere, resoconti: «Abbiamo privilegiato - spiega - progetti e persone che conoscevamo direttamente, come i nostri missionari. Ci sono molto cari, in particolare, i progetti legati all’infanzia, per esempio il materiale didattico fornito a una scuola».
Il lavoro con i servizi sociali
Da qualche anno le volontarie collaborano anche con i servizi sociali di Alzano: «Alle famiglie in difficoltà - spiega Betty - vengono dati dei buoni con i quali possono venire da noi e prendere ciò che serve loro. Diamo ai servizi sociali anche buoni per la spesa. Ci siamo impegnate in prima linea anche nei periodi di emergenza: durante la pandemia abbiamo preparato pacchi alimentari, e quando sono arrivati i primi gruppi di profughi dall’Ucraina, dopo lo scoppio della guerra, gli abbiamo fornito abiti e oggetti necessari. Ogni tanto capita anche di aiutare persone senza dimora, che si rivolgono a noi. Entriamo in contatto con tante forme di povertà, che hanno volti spesso inaspettati. Mi ricordo di un papà separato, che era finito per strada e si è rivolto a noi dopo che gli avevano rubato anche lo zaino, dove teneva i suoi pochi vestiti. L’abbiamo seguito e aiutato per sei mesi, ma poi ha trovato lavoro, ed è riuscito a risollevarsi. Ora è lui che viene a portarci oggetti e abiti da donare a persone in difficoltà».
Anche Nicoletta Bottini è entrata nella sede de «La Casa di Agnese» in un momento difficile: «Sono stata aiutata quando ne avevo bisogno, ma poi mi è sembrato naturale restare e offrire il mio tempo come volontaria. Da quando sono andata in pensione ho più tempo da dedicare. All’inizio sono rimasta stupita vedendo la qualità e la condizione degli abiti rimessi in circolo dalle volontarie: c’erano anche capi nuovi o quasi nuovi, di alta qualità. Mi è sembrato bello e importante che potessero essere devoluti a persone e progetti, che avevano bisogno di sostegno».
Dopo tanti anni di impegno come caregiver del papà anziano, dopo la sua morte Monica Marchini è caduta in depressione, ed è approdata a «La Casa di Agnese» mentre cercava di dare nuovo senso e direzione alla sua vita: «Ho trovato molta serenità e slancio nel volontariato, è stato terapeutico per me. Il mio turno è il venerdì pomeriggio: stare con le altre volontarie mi fa sentire bene, allontana i pensieri negativi. Spesso torno nella casa di riposo dove mio padre è stato ricoverato per un po’. Porto abiti per gli anziani che non hanno famiglia e a volte oggetti e accessori per i laboratori e le tombolate. Basta poco, a volte, per portare un sorriso, un po’ di gioia e speranza a persone sole e in difficoltà».
Le volontarie accolgono le numerose donazioni che arrivano, selezionano con cura abiti e oggetti, li dispongono in esposizione, cambiando l’allestimento a seconda della stagione
Le volontarie accolgono le numerose donazioni che arrivano, selezionano con cura abiti e oggetti, li dispongono in esposizione, cambiando l’allestimento a seconda della stagione: «A volte - chiarisce Betty - capita che ci portino panni che non si possono riciclare, perché sono troppo vecchi e malridotti. Cerchiamo di dare e far circolare le indicazioni giuste, perché il dono sia dignitoso per chi lo fa e chi lo riceve». Fra i destinatari degli abiti raccolti c’è anche l’associazione “Terre di Confine”, che mette in circolo gli abiti usati in Senegal per realizzare progetti di avviamento al lavoro dal cucito alla falegnameria.
Il progetto speciale «Oasi di Accoglienza»
Per i vent’anni dell’associazione, è nato un progetto speciale: «Abbiamo collaborato con i servizi sociali del Comune - racconta Betty - alla realizzazione del Caffè Sociale “Oasi di Accoglienza”, che sarà inaugurato l’11 aprile nella foresteria di Villa Paglia. Tra i problemi emergenti – sottolinea - c’è quello dell’aumento dei casi di decadimento cognitivo, che mettono duramente alla prova le famiglie. Questo spazio, già in uso agli ospiti dei mini-alloggi, ci è sembrato ideale per creare un luogo di ritrovo, dove si svolgeranno terapie cognitive e psicologiche, attività di riabilitazione, laboratori che potranno unire anziani, giovani, persone con e senza disabilità, coinvolgendo anche i bambini della vicina scuola materna. Ci sarà la possibilità di organizzare momenti di incontro, feste, prendere un caffè, chiacchierare. Ci sarà anche un orto. La Casa di Agnese ha acquistato gli arredi e sosterrà i costi per i primi mesi di attività, con la presenza di terapeuti per tre ore alla settimana».
Il futuro
Tanti i progetti per il futuro: «Ci stiamo preparando per trasferirci in una sede più grande - conclude Betty -. Abbiamo una proposta di convenzione con la cooperativa Chimera per accogliere giovani con disabilità per un progetto inclusivo di collaborazione. Si occuperanno di selezionare, piegare, esporre, aiutare le volontarie, tenere laboratori. Ci piacerebbe poi ospitare tirocini per gli studenti. Anche questo è un modo per trasformare lo sguardo della gente e diffondere una cultura che dà valore a ogni persona, offre possibilità di riscatto e rinascita a chi si trova in difficoltà, recupera con saggezza e sensibilità ciò che comunemente viene considerato scarto».
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