«Dipendente dall’alcol per trent’anni. La mia rinascita iniziò ammettendolo»

la storia. Ha 69 anni e da poco ne ha compiuti 25 di sobrietà, un traguardo festeggiato con familiari e amici.

«Ciao, sono Eugenio e sono un alcolista». Sembra facile dirlo, in fondo sono solo sette parole, eppure ci sono voluti tempo e fatica per riuscire a metterle in fila, soprattutto l’ultima. «Non volevo ammettere di essere dipendente dall’alcol, eppure la mia rinascita è iniziata così». Non è una frase qualsiasi - spiega - ma un punto di partenza. È diventata come un mantra da ripetere davanti allo specchio ogni giorno, per ricordare l’impegno di mantenersi sobrio: «Devo continuare a dirlo, perché il tempo passa, ma il risultato che si può ottenere non è mai scontato».

Eugenio ha 69 anni, e da poco ne ha compiuti 25 di sobrietà, un traguardo che ha sottolineato con una grande festa con familiari e amici. È segretario del gruppo Santa Lucia degli Alcolisti anonimi (info aa-arealombardia.it), che si ritrova in via dei Carpinoni 18 a Bergamo. «Devo tutto a loro - sorride -, mi hanno salvato la vita». Tocca a lui adesso aiutare le persone che vogliono liberarsi di questa dipendenza: «Se ne parla poco, ma ogni anno solo in Italia muoiono 60mila persone per le conseguenze dell’alcolismo».

Ha iniziato a bere quando era molto giovane: «Non mi piaceva andare a scuola così già a undici anni i miei mi hanno mandato a lavorare, la mia prima occupazione è stata lucidare le casse da morto, poi sono andato in fabbrica. Un giorno a una festa di compleanno mi hanno offerto un liquore e l’ho assaggiato volentieri, perché bere mi faceva sentire già adulto. Non sono diventato alcolista subito, ovviamente, per quello ci vuole una bella carriera».

Non poterne fare a meno

Bevendo ha perso la timidezza: «L’alcol mi faceva sentire un re, capace di qualunque cosa. Non capivo che mi teneva sotto scacco. Credevo di poter scegliere di farne a meno, ma non era vero. Dai 14 ai 44 anni pian piano il fisico si è logorato. Quando ero giovane potevo bere fino a sfinirmi, ma poi tornavo a casa, mi facevo una doccia, smaltivo la sbornia e riprendevo la mia vita. Negli ultimi anni invece stavo sempre peggio».

Si alzava e il suo primo pensiero era bere: «Se non lo facevo tremavo e non combinavo nulla. Andavo a letto ubriaco e quando mi svegliavo lo ero ancora, perché non riuscivo più a smaltire l’alcol che avevo in corpo. Non dormivo, non mangiavo, non riuscivo più ad avere un dialogo con mia moglie e le mie figlie. Ero sempre solo con la bottiglia, ma non riuscivo ad ammetterlo, anche di fronte all’evidenza continuavo a negare». Sua moglie Franca intanto provava un profondo senso di impotenza, lo vedeva spegnersi pian piano e non sapeva più cosa fare: «Un giorno ho capito che eravamo arrivati al limite, che non avrei più potuto reggere quella situazione. Eugenio si arrabbiava per niente e stava diventando perfino violento. Così ho cercato su internet, ho trovato il numero di telefono degli Alcolisti anonimi e ho chiamato. Mi ha risposto Giulio, che poi sarebbe diventato lo sponsor di mio marito. Abbiamo parlato a lungo ed è stato confortante, ma mi ha spiegato subito che non avrebbe potuto aiutarci se non fosse stato Eugenio ad andare da lui. Quando è tornato a casa gli ho imposto un ultimatum: qui c’è il numero, o chiedi aiuto o te ne vai e a casa non torni più». Come aveva già fatto lui le ha promesso di smettere, le ha assicurato di essere in grado di farlo da solo. Altre volte Franca lo aveva visto tentare e fallire, e tornare peggio di prima. Quella volta ha guardato negli occhi le sue figlie: la più grande aveva 7 anni, la piccola 2 e ha deciso di tenere duro per loro. «Ogni volta che discutevamo - ricorda Eugenio - chiedevo perdono, ma le mie erano lacrime di coccodrillo, perché non riuscivo a tenere fede alle mie promesse. Solo dopo mi sono reso conto che la mia dipendenza stava facendo ammalare anche la mia famiglia. Ho avuto paura di perdere tutto, allora ho accettato di tentare, anche se all’inizio ero scettico».

Il 6 gennaio del 1998 ha partecipato per la prima volta a una riunione degli alcolisti anonimi, e quella data è rimasta scolpita nel suo cuore: «Non sapevo che cosa aspettarmi, credevo di incontrare dei medici, degli psicologi, invece ho trovato altre persone come me. Mi hanno detto “vieni, qui c’è il paradiso”. Pensavo che scherzassero, invece era proprio vero. Sono uscito da lì cambiato e non ho più bevuto, come se ascoltarli mi avesse fatto scattare una molla interiore. Dico sempre che sono stato fortunato, ho incontrato le persone giuste. Questa associazione mi ha ridato la vita senza farmi spendere un centesimo, solo coltivando un sincero desiderio di smettere di bere, che è l’unico requisito richiesto».

Un lungo cammino

È stato il primo passo di un lungo cammino. Quando ne parla, Eugenio dice che «è stato un miracolo» ma in realtà ci sono voluti coraggio e tenacia per realizzarlo: «L’alcolismo non è un raffreddore che passa con una pastiglia o due. Il gruppo prevede dodici passi che segnano un percorso, ma per compierli non bastano poche riunioni e via. Dopo 25 anni io continuo a partecipare con regolarità tutti i sabati. Senza il gruppo non riesco a restare sobrio, perché da solo non ce la faccio». Ha imparato a prendersi cura di sé: «Prima non mi volevo bene, credevo di sì, ma stavo procedendo verso l’auto distruzione. Tra sigarette e alcol la vita a un certo punto mi ha presentato il conto: un enfisema polmonare, un fisico molto debilitato, senza considerare tutti i soldi che ho buttato e la mia famiglia si stava sfasciando. Senza gli alcolisti anonimi avrei perso la vita. A volte gli alcolisti vengono ricoverati in ospedale per disintossicarsi, magari ci restano un mese, e lì sono sorvegliati speciali. Quando escono, però, se non hanno qualcuno accanto che li sostiene ricadono, c’è chi alla fine muore da solo su una panchina. Può capitare a chiunque di diventare alcolista, anche alle star di Hollywood, non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto. Per me all’inizio è stato difficile, sentivo il peso di quell’etichetta di ubriacone incollata addosso. Poi però me la sono scrollata via. Mi ha aiutato il mio sponsor, una persona che mi seguiva anche al di fuori del gruppo, mi ascoltava, c’era sempre quando ne avevo bisogno, mi offriva sostegno e buoni consigli. Ogni volta che avevo la tentazione di bere lo chiamavo, all’inizio almeno una volta al giorno. Così mi sono salvato, e sono felice». L’appartenenza al gruppo è diventata una scelta di vita buona: «Ogni mattina mi guardo allo specchio e mi ripeto quella frase: “Sono Eugenio e sono un alcolista, anche oggi non devo bere”, perché di motivi per farlo ce ne sono sempre, è inevitabile. Qualunque litigio offre la scusa, ma io non voglio ricadere, perché la vita è troppo bella. Devo ringraziare mia moglie che mi è stata accanto, ma ci ho messo anch’io molta buona volontà. Mi dispiace vedere amici che vengono e poi rinunciano».

Il gruppo dopo la pandemia si è ridotto: «È stato un periodo difficile, che ha segnato una battuta d’arresto, ma è importante riprendere le buone abitudini, io chiamo le persone una per una, le vado a cercare, perché so che questo programma è importantissimo, è un continuo allenamento a uno stile di vita diverso. Per rinascere bisogna cambiare abitudini. All’inizio, per esempio, dovevo evitare di passare davanti al bar, dove c’era sempre qualcuno che mi invitava per bere una birra. Sono uscito da quel giro ma i veri amici mi sono rimasti accanto e ne ho trovati molti altri fra gli alcolisti anonimi». Il timore di poter precipitare di nuovo nell’abisso resta sempre in sottofondo: «Quando sono diventato nonno non ho potuto brindare con gli altri. Un bevitore sociale dopo un bicchiere si ferma, per un alcolista è impossibile, e basta poco per scatenare un desiderio irrefrenabile, perfino una traccia di liquore nei dolci. Ho visto tante persone finire male, bere tutto quello che trovavano. Per fortuna mi sono fermato prima di arrivare a quel punto. Ci sono emozioni antiche che smuovono l’istinto, bisogna saperle controllare, tenere fermo il timone, restare sobri giorno per giorno. Non bisogna mai essere troppo felici, troppo arrabbiati o troppo tristi, perché ognuna di queste condizioni può trasformarsi in una scusa per bere”. E continuano a esserci giorni difficili, giorni nuvolosi in cui la volontà deve essere più ferma.

Anche Franca ha dovuto medicare le sue ferite: «Non credevo di averne bisogno, poi mi sono accorta che continuavo a sentirmi male anche se mio marito aveva smesso di bere. Quasi per caso ho iniziato a frequentare il gruppo dei familiari Al-Anon (info al-anon.it). Parlare, ascoltare, confrontarmi con altri con le mie stesse esperienze mi è stato di grandissimo aiuto».

Una maggiore sensibilità

Eugenio sente la responsabilità di offrire la propria testimonianza per creare una maggiore sensibilità sui temi legati all’alcolismo: «Sono stato a scuola, negli oratori, è capitato che mi chiamassero in ospedale o nella fabbrica dove lavoravo. Ci vado volentieri, parlo in modo concreto e semplice di quello che mi è successo, sperando di favorire la rinascita di qualcun altro, per me è la soddisfazione più grande. Quando nel gruppo entra una persona nuova è come vincere al totocalcio. Non avrei scommesso nulla su di me. Sono stato fortunato: non ho perso il lavoro, non ho avuto incidenti in auto, non ho ucciso nessuno, non sono stato ricoverato, non ho perso la vita e di questo devo ringraziare gli alcolisti anonimi».

Il suo nuovo equilibrio è un dono, come l’orgoglio di sua moglie e delle figlie di fronte alla torta per i suoi 25 anni di sobrietà. Così ogni volta che si sente turbato per qualche contrarietà della vita, Eugenio torna a rileggere quella che nel gruppo è considerata «La preghiera della serenità»: «Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, la saggezza di conoscerne la differenza».

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