«Donare è come moltiplicare speranza. Non solo per chi riceve, anche per noi»

LA STORIA. Alex Vicini, iscritto all’Admo, è risultato compatibile per un paziente in attesa di un trapianto di midollo.

«Il gesto di donare è un moltiplicatore di speranza: coinvolge la persona che riceve il dono, i suoi familiari, gli amici, e allo stesso tempo si riflette su chi lo fa e su tutti coloro che ne vengono a conoscenza». Come nell’«effetto farfalla» un battito d’ali può generare una tempesta, anche in questo caso le conseguenze (positive) si possono ampliare in modo imprevedibile, anche attraverso il racconto. Con questa immagine suggestiva Alex Vicini, 26 anni, di Adrara San Martino, descrive il potere di trasformazione di una donazione di midollo osseo.

Laureato in lettere, Alex si occupa di marketing e comunicazione. Si è iscritto all’Admo a 18 anni: «Un amico aveva uno zio malato di leucemia che si era salvato proprio grazie a un trapianto di midollo, la sua storia già mi aveva già convinto a iscrivermi al registro dei donatori. In seguito avevo partecipato anche a un incontro informativo, che aveva rafforzato le mie intenzioni. Perciò un pomeriggio, a Sarnico, quando ho visto lo stand Admo con l’ambulanza per fare la tipizzazione in piazza, ho deciso di cogliere l’occasione. Ho seguito l’impulso del momento, senza pensarci troppo, ma non me ne sono mai pentito».

I preparativi

Le percentuali di compatibilità tra individui non consanguinei sono bassissime, pari a uno ogni centomila: «Proprio per questo – spiega Alex – mi sono detto: non toccherà mai a me. Dopo un po’ ho smesso di pensarci, coltivando comunque il desiderio di poter aiutare qualcuno con la mia donazione. Per poterlo fare in modo immediato e concreto mi sono iscritto anche all’Avis e ho iniziato a donare sangue».

Ha frequentato l’Università a Brescia, prima il corso triennale e poi quello magistrale: «Mi sono laureato a luglio, in quell’occasione mi hanno regalato un viaggio in Giordania, il primo fuori dall’Europa, e a settembre sono partito. Sono stato contattato la prima volta mentre ero in viaggio e al rientro mi sono sottoposto ai primi accertamenti. Dopo poco tempo ho iniziato a lavorare, ma proprio nei primi giorni della mia nuova esperienza professionale ho ricevuto la telefonata che mi annunciava la compatibilità, convocandomi all’ospedale Papa Giovanni per approfondire le analisi».

Alex ha acconsentito subito con entusiasmo: «Ero un po’ timoroso perché avrei dovuto assentarmi proprio all’inizio di un nuovo percorso professionale, in un momento in cui avevo molto da imparare e volevo mostrare impegno e attenzione, ma dopo aver spiegato la situazione al mio responsabile ho avuto da lui pieno sostegno, qualcosa di assolutamente non scontato». Era fin dall’inizio pienamente consapevole dell’importanza del suo gesto: «Ho pensato che da qualche parte c’era qualcuno che dipendeva da me per avere una possibilità di guarigione, e non potevo deludere questa aspettativa». Ha iniziato l’iter degli accertamenti: «Mi hanno comunque chiarito subito che solo una piccola percentuale di chi inizia la verifica di compatibilità arriva alla donazione. Sono passati una ventina di giorni prima che mi richiamassero per dirmi che ero stato scelto come donatore. In quel momento ho provato una grande emozione».

I controlli successivi riguardavano il suo stato di salute: «Mi hanno fatto un check-up completo, lastre ai polmoni, elettrocardiogramma, diverse visite per accertare che fossi sano e non corressi alcun rischio. È stato un percorso abbastanza veloce: ho ricevuto la conferma della compatibilità intorno al 5-6 ottobre e ho donato in novembre, nel giro di un mese e mezzo. Ho scoperto poi che il ricevente viene avvisato solo al termine degli esami, per non creare aspettative e speranze che in alcuni casi potrebbero purtroppo non essere soddisfatte».

Non ha mai avuto dubbi o preoccupazioni: «Sono sempre stato convinto, fin dall’inizio. La mia famiglia aveva qualche timore per la mia salute, ma l’importanza del gesto e gli esiti degli esami hanno tranquillizzato tutti. In quel momento ho ripensato allo slogan di una campagna pubblicitaria che alcuni anni prima definiva i donatori “moltiplicatori di vita” e mi sono reso conto che è proprio vero: moltiplicano la vita del paziente dandogli l’occasione di guarire e ricominciare una nuova vita. Aiutano anche la sua famiglia, perché la malattia di una persona cara è sempre un dolore difficile da metabolizzare ed è brutto e angosciante dover aspettare una chiamata che a volte non arriva. E poi questa azione fa davvero bene anche agli stessi donatori, a me in quei giorni sembrava di avere energia senza limiti. Mi sentivo carico, motivato nella mia scelta e molto sereno».

Tutto in una giornata

La donazione è avvenuta con prelievo dal sangue periferico per aferesi, cioè con l’utilizzo di separatori cellulari: il sangue, prelevato da un braccio attraverso un circuito sterile, entra in una centrifuga dove la componente cellulare utile al trapianto viene isolata e raccolta in una sacca, mentre il resto viene reinfuso nel braccio opposto. «Nei giorni precedenti è necessario assumere un farmaco che favorisce la crescita delle cellule staminali e il loro passaggio nel sangue. Deve essere somministrato con iniezioni che mi sono fatto da solo. All’inizio ero un po’ titubante, poi mi sono accorto che non era complicato. Nei primi giorni temevo che non facessero effetto perché non avvertivo i segnali che mi avevano annunciato: un po’ di stanchezza e dolore alle ossa. Ai controlli infatti mi hanno detto che i valori erano un po’ bassi rispetto a quelli attesi. Ero pronto a proseguire anche se i medici avessero dovuto cambiare metodo e prelevare il midollo direttamente dalle ossa del bacino, perché sentivo una responsabilità nei confronti del malato che aspettava. È un piccolo intervento e a volte questo intimorisce, ma si tratta comunque di una procedura consolidata e tutto si risolve in un paio di giorni. Nel mio caso, comunque, non è servito. Hanno aumentato un po’ la dose del farmaco per la stimolazione, e al momento della donazione i valori erano migliori del previsto».

Tutto si è poi concluso nell’arco di una giornata, dal mattino alla sera: «Mi ha accompagnato mia madre perché ci teneva a starmi vicino per assistermi e per precauzione, dato che non sapevo se alla fine sarei stato in grado di guidare. Ho sentito un po’ di formicolio agli arti, ma poi mi è passato. La sera, una volta tornato a casa, stavo benissimo, nonostante un po’ di stanchezza». Dopo la donazione di midollo vengono sempre eseguiti controlli medici: «I primi prelievi erano ravvicinati per verificare che tutti i valori fossero tornati normali, poi si sono distanziati nel tempo. Ogni donatore può continuare a sottoporsi annualmente a visite per dieci anni, come forma di tutela della salute».

Non ha saputo nulla del paziente a cui ha donato il midollo: «Ho scritto un messaggio d’auguri che ho affidato ai medici dell’ospedale, con la consapevolezza che comunque potrei non ricevere mai una risposta».

Recentemente Alex ha accettato di partecipare come testimonial al convegno «Il registro dei donatori di midollo osseo, una rete che unisce» organizzato dall’associazione Federica Albergoni ad Albino: «Erano presenti diversi medici specialisti del settore, una ragazza che nel 2023 ha ricevuto una donazione e un gruppo di donatori di midollo osseo. La serata si è conclusa con la lettura di una poesia di ringraziamento scritta a un donatore di Bergamo che ha emozionato tutti quanti».

«Grazie a te, sconosciuto – dice la poesia – posso ancora sentire quanto è buono il profumo della pioggia e del mare. Posso piangere, ridere, ubriacarmi di gioia, litigare per niente. Sono viva, cos’altro posso desiderare? Una cosa vorrei, che potessi vedere tutto ciò che hai salvato con la tua decisione. Chiudi gli occhi un secondo, senti questo bel suono? Hai donato al mio mondo l’alba di un giorno nuovo».

Gesto contagioso

Alex, che ad Adrara San Martino fa anche il catechista-animatore all’oratorio con i ragazzi delle medie, ha condiviso il percorso che l’ha portato alla donazione di midollo osseo con amici e parenti: «Molti si sono complimentati per il coraggio, alcuni mi hanno manifestato un po’ di timore, perché sembra un gesto più impegnativo e pericoloso rispetto alla donazione del sangue. Mi sono reso conto che è ancora poco diffusa la conoscenza delle modalità della donazione di midollo osseo, che ormai nell’80% dei casi si fa per aferesi, com’è stato per me. Un procedimento poco invasivo e molto sicuro. L’ospedale Papa Giovanni per di più è una struttura di eccellenza, ogni volta che mi sono presentato alle visite ho incontrato persone che arrivavano da ogni parte d’Italia per ricevere cure. Anche questo dovrebbe essere rassicurante. In ogni fase di questo cammino ho incontrato persone professionali, preparate, empatiche, pronte a chiarire qualsiasi dubbio, a cui va il mio grazie. Sono stato felice che qualcuno dei miei amici abbia manifestato il desiderio di seguire l’esempio e iscriversi al registro dei donatori dopo aver scoperto che esiste questa opportunità».

Non è stato un regalo «a senso unico» per Alex: «Penso di aver ricevuto molto anch’io da questa incredibile esperienza. La convocazione dell’ospedale, infatti, è arrivata in un momento di cambiamento, in cui avevo terminato l’università e stavo muovendo i primi passi nel mondo del lavoro, alla ricerca della strada giusta».

A volte però è la vita stessa che ti dà delle risposte: «La mattina in cui ha ricevuto la telefonata che confermava la compatibilità stavo guidando per andare al lavoro, alla radio passavano la canzone Heroes di David Bowie che cantava così “We can be heroes just for one day”, possiamo essere eroi solo per un giorno. Mi è sembrata una risposta del destino in un momento in cui stavo cercando il mio posto nel mondo, come se mi avessero detto che comunque avevo un compito importante, una missione da compiere. Questo mi ha regalato un entusiasmo e una gioia che non dimenticherò mai».

© RIPRODUZIONE RISERVATA