«Quel tumore, un fulmine a ciel sereno». Ma oltre la paura vince la voglia di vivere
LA STORIA. Quarantacinque anni, Manuela Giago è mamma: dopo l’intervento l’ingresso nel gruppo «Pink Ambassador».
Lettura 6 min.«Anche la malattia è un dono - scrive Alda Merini - se ti permette di scoprire quanto sei forte e quanta luce hai dentro». Per scoprirlo, però, come racconta Manuela Giago, 45 anni, psicoterapeuta, «bisogna affrontare la paura», com’è capitato a lei dopo aver ricevuto la diagnosi di un tumore. «C’è un prima e un dopo - spiega -. È come se esistesse uno spazio che divide in due la vita, come entrare in un’altra dimensione».
Manuela vive a Vaprio d’Adda con il marito e la figlia Gaia, dieci anni. È originaria di Trezzo sull’Adda, dove è cresciuta negli scout e dove oggi continua ad occuparsi della formazione dei capi: «È stato un contesto di forte vicinanza, una seconda famiglia per me». Nel novembre 2024, a 43 anni, ha ricevuto una diagnosi che non aveva messo in conto: un tumore all’endometrio.
«C’è un prima e un dopo - spiega -. È come se esistesse uno spazio che divide in due la vita, come entrare in un’altra dimensione»
La scoperta della malattia
La scoperta è arrivata durante un controllo ginecologico di routine: «L’ecografia ha individuato un polipo, e grazie a un esame più approfondito è stata poi trovata la neoplasia. È stata proprio una casualità dovuta ai controlli che facevo periodicamente ogni anno, un elemento che mi ha convinto ancora di più dell’importanza della prevenzione».
Il tumore all’endometrio, infatti, colpisce abitualmente donne più anziane e già in menopausa: «Per me è stato un fulmine a ciel sereno, dato che non avevo nessun caso in famiglia, anche se come psicoterapeuta, con un’esperienza in passato anche in un reparto di oncologia, so che purtroppo l’incidenza di queste malattie è molto elevata».
Si è rivolta all’ospedale di Treviglio, dove l’hanno messa subito in lista per l’intervento chirurgico: «Ci sono volute tre settimane, durante le quali ho dovuto affrontare moltissime paure, e questo nonostante la cura e la vicinanza degli specialisti che mi seguivano. I medici che ho incontrato sono stati estremamente comprensivi, accoglienti, capaci ed esaurienti nelle spiegazioni che mi hanno fornito. Non è scontato trovare persone così».
Manuela ha subito l’asportazione di utero e ovaie, scelta compiuta insieme ai medici anche per prudenza oltre che per necessità clinica, dato che il tumore è stato individuato precocemente. In questo modo le è stato possibile risparmiarsi la chemioterapia. «La malattia era in una fase iniziale, per fortuna, e questo mi ha evitato terapie debilitanti, che avrebbero reso la situazione ancora più impegnativa». Segue un programma di controlli ogni tre o quattro mesi, che proseguirà anche nei prossimi anni: la parte di percorso che nessuna operazione, per quanto riuscita, riesce a chiudere del tutto, e che tiene alte l’attenzione e la preoccupazione.
Nei primi giorni dopo la diagnosi, Manuela ha dovuto fare i conti con un terremoto emotivo: «Il mio primo pensiero è andato a mia figlia, che allora aveva otto anni. Nonostante la mia preparazione e il mio lavoro, quando mi sono trovata in questa situazione ho dovuto fare appello alle mie risorse migliori per affrontarlo, e all’inizio è stata dura. Quando il medico dice cancro, è inevitabile che la mente corra all’epilogo peggiore, anche se la situazione non è così grave e i medici spiegano che ci sono ottime possibilità di guarigione. E purtroppo certe cose ti scuotono anche se fai la psicoterapeuta: trovarsi dalla parte del paziente è tutta un’altra cosa».
L’asportazione di utero e ovaie a 43 anni le ha cambiato la vita, innescando una trasformazione anche fisica di cui - chiarisce - «non sempre è facile capire tutte le implicazioni. Mi sono ritrovata in menopausa, facendo molta fatica a riconoscere il mio corpo. Gli ormoni vengono completamente eliminati dall’oggi al domani: non è un processo naturale, perciò richiede un forte adattamento».
«Mi sono chiesta: ma questa malattia da dove arriva? Non è stato immediato accettarla»
Manuela all’inizio ha provato a fare ricerche sui social, trovando conforto nel confrontarsi con altre donne, che stavano attraversando una situazione simile. Ha cercato una ginecologa specializzata nella menopausa per costruire con lei un percorso di sostegno aggiuntivo. Si è sentita quasi «tradita» dal suo corpo, di cui riteneva di essersi sempre presa buona cura: «Conduco uno stile di vita molto sano, ho sempre fatto sport, sto attenta a ciò che mangio, non bevo, non fumo. Perciò mi sono chiesta: ma questa malattia da dove arriva? Non è stato immediato accettarla». È in questo punto preciso, nella crepa che si è aperta nel suo rapporto con il corpo, che si è inserita la corsa come pratica sportiva quotidiana: «Iniziare a correre mi ha fatto sentire di nuovo me stessa, ha avviato una specie di riappacificazione con il mio corpo».
Le è sempre piaciuto dedicarsi allo sport, anche se in passato non si era mai concentrata su discipline atletiche. Aveva praticato l’equitazione a livello agonistico: «In quel caso, però - scherza - era il cavallo che correva, non io, e mi sono accorta della differenza».
«Ho iniziando partendo da zero, allenandomi per tre volte alla settimana tra il campo di atletica della Guardia di Finanza a Bergamo, quello di Nembro e, d’estate, il Parco della Trucca. Il gruppo è seguito da un coach professionista, che ci indica gli esercizi giusti per mantenerci in forma»
Ad avvicinarla a questa nuova avventura è stato il gruppo Pink Ambassador di Bergamo, legato alla Fondazione Veronesi. «Lo conoscevo già attraverso una mia amica che è una delle fondatrici del gruppo, e quando mi è stato diagnosticato il tumore, l’ho chiamata e ho iniziato a partecipare alle attività». Così, partendo da zero, ha iniziato ad allenarsi per tre volte alla settimana tra il campo di atletica della Guardia di Finanza a Bergamo, quello di Nembro e, d’estate, il Parco della Trucca. «Il gruppo - chiarisce - è seguito da un coach professionista, che ci indica gli esercizi giusti per mantenerci in forma». Oggi Manuela corre fino a quindici chilometri: «Il mio primo obiettivo - sorride - è arrivare a 21 per partecipare l’11 ottobre alla mezza maratona di Lisbona, a cui si sono date appuntamento tutte le squadre italiane delle Pink Ambassador. Vedere quanti progressi sono riuscita a fare da zero, in pochi mesi, è stato davvero gratificante».
Alla base di tutto, dice, c’è un lavoro quotidiano sulla paura, che sparisce mai del tutto: «Ogni volta che si avvicina la data dei controlli, arrivano puntuali anche l’ansia e la preoccupazione. È un tunnel da cui è difficile uscire». Manuela, però, con un po’ di leggerezza, ha imparato ad accettare anche le sue fragilità e a conviverci: «La paura fa parte di noi, e senza di essa non si può avere coraggio: quelli che noi definiamo coraggiosi, lo sono proprio perché hanno imparato ad affrontare i loro “mostri”. Me lo sono ripetuto come un mantra, tutti i giorni: bisogna andare avanti un pezzo alla volta».
Ha scelto fin dall’inizio di essere il più possibile schietta con la figlia Gaia, con parole adatte all’età di una bambina, perché - chiarisce, mettendo insieme il proprio sguardo di madre e quello di professionista - «le mezze verità rischiano di evocare fantasmi peggiori della realtà. I bambini percepiscono che qualcosa non va, e se non gli viene spiegato iniziano a costruire fantasie catastrofiche».
«È stata una grande fortuna poter contare su una bella rete sociale»
Gaia sapeva che la mamma doveva operarsi, è andata a trovarla la sera stessa dell’intervento insieme al padre, e oggi partecipa con lei ad alcune iniziative delle Pink Ambassador. Familiari e amici hanno avuto un ruolo importante nel percorso di Manuela: «È stata una grande fortuna poter contare su una bella rete sociale».
«Ogni volta che si avvicina la data dei controlli, arrivano puntuali anche l’ansia e la preoccupazione. È un tunnel da cui è difficile uscire». Manuela, però, con un po’ di leggerezza, ha imparato ad accettare anche le sue fragilità e a conviverci: «La paura fa parte di noi, e senza di essa non si può avere coraggio»
Il cambiamento
La malattia ha cambiato il suo sguardo sulla realtà: «Ha fatto nascere in me una nuova consapevolezza, con il desiderio di non perdere più tempo. Pensare alla possibilità di morire aiuta a comprendere che la vita va vissuta davvero fino in fondo». Ha iniziato a viaggiare di più, ha ridotto un po’ gli orari di un lavoro che ammette di aver sempre dilatato «forse troppo», si è affidata a una nutrizionista per imparare a mangiare meglio. E la corsa è stata un motore di questo nuovo equilibrio: «Mi sto occupando di più di me e del mio corpo. Mi sono posta nuovi obiettivi, e avere dei progetti è un modo per allargare l’orizzonte e puntare sempre un po’ più in là, è un modo per allungare la vita». Da psicoterapeuta che ha lavorato anche in oncologia durante la specializzazione, Manuela sa che l’aiuto professionale non è un dettaglio accessorio: «La diagnosi di tumore è un trauma a tutti gli effetti. È importantissimo quindi compiere un processo di rielaborazione, con l’aiuto di un professionista, di un gruppo, di un percorso. L’operazione è un salvavita, ma bisogna curare corpo e mente, a trecentosessanta gradi».
Le Pink Ambassador
È in questo spazio che si muove oggi il suo impegno con le Pink Ambassador, non solo come allenamento e crescita personale, ma come un impegno per aiutare altre persone malate: «La ricerca è fondamentale per sopravvivere. Corriamo per noi stesse, ma anche per sensibilizzare le persone e contribuire a migliorare le possibilità di cura, per offrire a sempre più donne la possibilità di continuare a vivere la loro vita, la loro carriera, la loro famiglia».
Il gruppo bergamasco rinnova ogni anno un appuntamento pensato proprio per raccogliere fondi e allargare la rete delle relazioni: il 13 settembre, a Chiuduno, con partenza alle 8.30 dal Palasettembre, si corre la terza edizione della «Corsa di Patty», dedicata alla memoria di Patrizia Signorelli, Pink Ambassador, che la malattia ha portato via troppo presto, e il cui ricordo alimenta la raccolta fondi per la ricerca sui tumori femminili di Fondazione Veronesi. «È un modo per ricordarla - conclude Manuela - e dire che lei corre ancora insieme con noi. Questa iniziativa è dedicata anche a tutte le donne che stanno affrontando un percorso analogo, e a quelle che dovranno affrontarlo in futuro, per offrire speranza e fiducia nel futuro». Per Manuela è una tappa più che un punto di arrivo: dopo Chiuduno, infatti, restano ancora le settimane di allenamento verso Lisbona, e le tante sfide da abitare giorno per giorno, per continuare a correre.
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