Toccare un’opera d’arte per darle vita la grande bellezza della mia rinascita

Samanta Seno Non vedente, è guida nel progetto «Valori tattili» dell’Accademia Carrara: sei sculture raccontate da ciechi.

Sfiorare una statua con una carezza, seguirne con le dita le forme e la struttura, può rivelarne molti segreti. È un gesto di solito proibito nei musei, quindi ancor più desiderato, soprattutto di fronte a certe opere piene d’incanto scolpite nel marmo levigato. «È una strada diversa per conoscere l’arte» racconta con un sorriso Samanta Seno, 39 anni, di Brembate Sopra, non vedente, guida del progetto «Valori Tattili. Sei Sculture della collezione Zeri raccontate da persone cieche» all’Accademia Carrara, patrocinato dall’Unione italiana ciechi e ipovedenti e promosso in collaborazione con Lions Club Bergamo Host.

«Il tatto - come scrive Margaret Atwood - viene prima della vista, prima delle parole. È il primo linguaggio, e l’ultimo, e dice sempre la verità». Andromeda, principessa d’Etiopia, nella statua di Pietro Bernini, che è una delle opere scelte per queste visite tattili, è incatenata alla roccia, in attesa del mostro marino a cui sarà sacrificata. Il mito, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, ha un lieto fine: la giovane viene salvata da Perseo, che si innamora di lei e la sposa. «È una delle mie preferite - spiega Samanta - perché in passato era al centro di una fontana, è stata esposta agli elementi, la sua superficie è stratificata e ha molto da raccontare». Anche lei, come la protagonista di questa storia antica e affascinante, non si è fatta imbrigliare dal destino e dalla malattia, e ha continuato a impegnarsi per realizzare i suoi sogni. È nata con una condizione rara, il glaucoma congenito: «Fino ai vent’ anni potevo ancora distinguere forme, oggetti e colori, anche se la mia capacità visiva era solo di tre decimi e mezzo. Questo mi ha comunque permesso di condurre un’infanzia e un’adolescenza normali, seppure dovevo sottopormi a interventi e controlli periodici. Portavo gli occhiali, avevo qualche difficoltà di spostamento ma potevo comunque recarmi a scuola in modo autonomo, seguire le lezioni, tenermi al passo con i compiti. Mi piaceva leggere, divoravo libri di narrativa e classici, anche se i miei mi pregavano di preservare la vista. La lettura comunque non influiva sulla progressione della malattia».

Ha frequentato il liceo socio-psicopedagogico al Secco Suardo: «Allora abitavo a Filago, vicino a Capriate, e mi spostavo in autobus». Poi ha deciso di iscriversi alla facoltà di Storia all’Università statale di Milano: «Dovevo prendere più mezzi ed era quindi più complicato, soprattutto in metropolitana, ma riuscivo comunque a cavarmela, e ne ero fiera. Ho dei bellissimi ricordi del primo anno, in cui riuscivo a frequentare le lezioni e a dare gli esami in modo autonomo».

Purtroppo in seguito le sue condizioni di salute sono peggiorate: «Ho dovuto sottopormi a una serie di interventi sempre a causa del glaucoma. Sono stati anni difficili, in cui ho dovuto mettere in pausa lo studio, perché non riuscivo più a frequentare le lezioni, passavo da un ricovero all’altro in ospedale. In questo periodo ho dato due esami all’anno da non frequentante, ma non ho mai abbandonato completamente, perché mi piaceva studiare e la speranza di riuscire a completare il percorso mi dava forza. Purtroppo nel frattempo ho perso completamente la vista. Quando mi è stato possibile ricominciare, ho dovuto cambiare il mio metodo di lavoro. Prima infatti potevo comunque contare sulla mia memoria visiva».

La sua famiglia le ha offerto un sostegno fondamentale: «I miei genitori e mio fratello mi hanno circondato di attenzioni, facendomi vivere in un clima bello e gioioso nonostante le difficoltà. Questo mi ha permesso di trovare la forza di proseguire gli studi. Sono stati loro, all’inizio, a leggermi ad alta voce i libri e a registrarli su cassetta. Così ho finalmente conquistato la laurea triennale in Scienze storiche».

Samanta ha dovuto adattarsi alla sua nuova condizione: «La malattia mi ha sempre accompagnata, fin da quando sono nata, ma ho sempre tenuto viva la speranza che le mie condizioni non peggiorassero. Non credevo di diventare cieca. Gli anni peggiori sono stati quelli degli interventi continui, in cui la mia vita è rimasta sospesa in una bolla. In seguito ho dovuto fare i conti con la differenza rispetto alla vita di prima. Ce l’ho fatta grazie alle persone che avevo intorno e grazie alla fede, un pilastro della mia vita».

In quel periodo di grande incertezza Samanta non sapeva bene come proseguire, quale forma dare al suo futuro: «Ho provato a cercare lavoro nel mondo della cultura, delle case editrici e dei musei. Dato che non ricevevo riscontri ho proseguito gli studi iscrivendomi alla laurea specialistica in antropologia culturale sempre a Milano.

Mio papà mi ha aiutato molto, perché nel frattempo era andato in pensione e ha scelto quindi di accompagnarmi ogni giorno all’università per le lezioni. Questa volta ho terminato nei tempi giusti, perché ormai avevo acquisito il metodo. Non è stato facile accettare di aver bisogno di una guida per spostarmi, e poi ricominciare a essere autonoma imparando a usare il bastone. Ho seguito un corso di orientamento e di mobilità. Grazie all’istruttore di questo corso ho incontrato mio marito Paolo, anche lui non vedente. Ci siamo sposati nel 2016, ed è stato lui a incoraggiarmi a cimentarmi nella laurea specialistica. Abbiamo costruito insieme una vita piena e felice, siamo parte integrante della comunità di Brembate, abbiamo splendidi amici con cui facciamo viaggi e tante esperienze bellissime».

Finiti gli studi Samanta ha pensato di entrare nel mondo della scuola: «Mi sono accorta, però, che era difficile, perché le regole per l’ingresso cambiano periodicamente. Ho acquisito i crediti necessari per insegnare italiano e storia nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Mi sono iscritta in graduatoria e sono stata chiamata per una supplenza di nove mesi in un istituto tecnico. È stata una bella esperienza, per certi versi sorprendente, anche se molto impegnativa. Ho seguito poi un corso di educazione museale perché da tempo covavo il sogno di lavorare nei musei o negli enti culturali».

Dal 2018 al 2019 ha seguito un percorso di formazione di un anno all’Accademia Carrara per diventare guida museale per l’esplorazione tattile di alcune sculture della Collezione Zeri esposte nella pinacoteca cittadina, con la guida di Lucia Cecio, responsabile dei servizi educativi dell’Accademia Carrara: «Le lezioni mi hanno aiutato a scoprire aspetti molto interessanti del mondo dell’arte e dei beni culturali».

Le visite aperte al pubblico sono iniziate nel dicembre del 2019 ma poco dopo l’inizio della pandemia le ha interrotte: «Il nostro compito era prendere per mano le persone e accompagnarle nell’esplorazione, ma il pericolo del contagio l’ha reso impossibile. La riapertura del museo è stata graduale. Noi abbiamo ricominciato nel 2021. Mi sono appassionata a questo lavoro e spero in futuro di ampliare la mia attività facendo in modo che diventi la mia occupazione principale».

Le visite si svolgono il secondo sabato di ogni mese alle 15 (prossimo appuntamento il 9 giugno, info su www.lacarrara.it), l’ingresso è possibile al massimo a sei visitatori per ogni fascia oraria, l’attività dura un’ora e mezza. «Presentiamo prima il museo, poi la Collezione Zeri. Ci sono tre guide per ogni visita, ognuna accompagna i visitatori a esplorare due o tre sculture. Dopo una presentazione della scultura, dell’epoca in cui è stata realizzata e dell’autore iniziamo l’esplorazione vera e propria». Questa opportunità è offerta a tutti, vedenti e non vedenti, «in genere però - sottolinea Samanta - sono di più le persone vedenti a iscriversi. Sono ancora rari i percorsi espositivi in cui è possibile toccare le sculture originali a mani nude. L’Accademia ha selezionato sculture in marmo che non risentono di questa attività, e comunque attua un costante monitoraggio delle opere per assicurarne l’integrità. È un’esperienza bella e coinvolgente sia per i visitatori sia per noi. Mi piace trasmettere la bellezza della cultura, raccontare una storia.

Con ogni persona che si rivolge a me per essere guidata nasce un rapporto diretto e particolare, spesso carico di emozione». Il tatto rivela particolari inediti: «Ci sono aspetti - sottolinea Samanta - di cui è difficile accorgersi a livello visivo. Spesso le persone sono abituate a vedere le immagini scorrere in modo rapido, come alla televisione o sui social network, così i dettagli si perdono. Noi guide, invece, toccando queste opere da due anni e mezzo, spesso ci imbattiamo in dettagli di cui non ci eravamo accorte, perché ci vuole tempo e pazienza per scoprirli. Lo stesso Zeri diceva che una scultura per essere davvero conosciuta dev’ essere toccata. Così realizziamo questo suo suggerimento». Accanto all’Andromeda di Pietro Bernini c’è per esempio «Lucrezia» di Orazio Marinali, dell’inizio del ’700, la matrona romana di cui parla Tito Livio in «Ab Urbe condita», simbolo di coraggio, pronta ad affrontare un drammatico destino per non rinnegare i suoi valori.

E ancora i giovani indiani d’America di Randolph Rogers, un cacciatore e una pescatrice, che raccontano storie di altri Paesi e culture lontane. «Ognuna - dice Samanta - parla del tempo in cui è stata scolpita, ha molto da svelare e restituisce sempre qualcosa di speciale e di bello. Il mio sogno sarebbe lavorare sempre a progetti come questi». Samanta ha scoperto che anche la vita «al buio» può essere densa di gioia e di emozioni, sempre aperta a nuove sfide e conquiste: «E pensare che avevo così paura di mostrarmi fragile, di chiedere aiuto. Ho sperimentato quanto il sostegno degli altri possa essere importante nella vita. È vero che non ci si salva da soli».

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