Un «Carro dei sogni» per viaggiare nella fantasia (e nei problemi) dei giovani
LA PROPOSTA. L’azione educativa di Aeper e dei Comuni di Almè e Villa d’Almè rivolta al mondo degli adolescenti.
Lettura 6 min.«Com’è labile il confine tra realtà e immaginazione» dice l’artista iraniana Shirin Neshat nel video che presenta l’installazione artistica «The land of Dreams». «Il Carro dei sogni», azione educativa costruita da Aeper con i Comuni di Almè e Villa d’Almè e rivolta agli adolescenti, si ispira proprio a quest’opera, partendo da una materia delicata e poetica per intrecciare i fili dell’ascolto e della cura. Si parte da una raccolta di sogni dei ragazzi per costruire nuovi legami di comunità, più attenti a comprendere e accogliere - senza giudicare - fragilità, desideri, bisogni.
Il «Carro» è un comune pulmino a nove posti che educatori e ragazzi, con il contributo di tanti soggetti diversi, hanno trasformato in qualcosa di molto più affascinante: un rifugio dove entrare, sostare, lasciarsi avvolgere dalla meraviglia. L’interno al primo impatto è buio, poi, quando lo sguardo si abitua, compare un cielo pieno di stelle proiettato sul soffitto. Chi entra si toglie le scarpe, si siede su un tappeto morbido di erba sintetica, appoggia la schiena a un cuscino, e ascolta. Una voce dipinge in modo suggestivo una galleria di sogni: un nonno morto due anni fa che torna a sorridere, una figura nera senza volto entrata in classe al posto del professore, e molto altro ancora. Fuori, in strada, la vita continua come sempre. Dentro, per qualche minuto, adolescenti che nessuno conosce parlano di paura, emozione, dolore e coraggio.
Il progetto
Questo progetto offre l’opportunità di trasformare l’ascolto in un gesto pubblico e condiviso. Tutto è iniziato qualche anno fa, con un progetto di «educativa di strada» che Aeper porta avanti dal 2020 ad Almè e, più di recente, anche a Villa d’Almè. Lo spunto è arrivato, come racconta Chiara Castellini, una delle educatrici, «da un gruppo di adolescenti che frequenta il territorio e da alcune difficoltà legate all’uso e alla condivisione degli spazi». Un lavoro di presenza, prima ancora che di proposta concreta: prima di tutto stare per strada, farsi riconoscere, costruire fiducia.
La partecipazione dei giovani
A maggio dello scorso anno è nata una nuova idea. In équipe si parlava del lavoro dell’artista iraniana Shirin Neshat, che nella sua ricerca fotografica e video ha usato la raccolta dei sogni come strumento espressivo. Da una chiacchierata è scaturita un’intuizione: perché non provare a raccogliere i sogni degli adolescenti incontrati in strada? «Siamo partiti - spiega Chiara - con l’idea di fare un esperimento, senza sapere chiaramente che direzione avremmo preso». La risposta sul campo è stata positiva e sorprendente: «Ci siamo accorti che i ragazzi si fermavano volentieri, stavano al gioco e parlavano con noi». È diventata un’occasione per creare relazioni, che attraverso i sogni hanno raggiunto dimensioni delicate e profonde, anche se non impegnative, perché nessuno parlava realmente di sé, ma di immagini oniriche, fantastiche.
«Ci sono sfumature e argomenti che, fuori da questa azione, non ci è capitato spesso di toccare»
La trasformazione che si è innescata ha riguardato, prima di tutto, il linguaggio. Di solito, continua Chiara, «il nostro approccio è quello di presentarci come educatori, e non sempre è facile». Chiedere «raccontami un sogno» apre invece una porta laterale, più leggera, protetta. «Ti sto parlando di qualcosa che ho sognato ma non è proprio vero, non sono davvero io», è la tutela implicita che offre questo dialogo: uno spazio dove ci si può esporre restando, in parte, al riparo. Ed è così che persone mai incontrate prima, hanno avuto il coraggio di far affiorare «la fatica del rielaborare la perdita di una persona cara», oppure il rapporto con la famiglia, perfino quella paura che tanti adolescenti, «che in strada si mostrano molto forti», tengono nascosta.
C’è un dettaglio importante: «Questo scambio non aveva un obiettivo dichiarato, non doveva necessariamente confluire in un progetto. Questo è stato subito chiaro per i ragazzi, che si sono sentiti accolti e ascoltati, senza secondi fini».
Oltre 150 sogni raccolti
I sogni raccolti - oltre centocinquanta - sono molti e diversi tra loro. C’è chi sogna di guardare il mondo dall’alto di una torre di vetro, chi immagina di essere inseguito sulla spiaggia durante una vacanza a Zanzibar. Chi sogna di essere risucchiato da una balena e trova, dentro, «una specie di mondo sottomarino», chi si trova semplicemente in un luogo mai visto, e il giorno dopo lo riconosce sul suo percorso. C’è anche l’ironia leggera dei sogni più assurdi, come quello di un ragazzo diventato pizzaiolo su Marte: «Un pretesto per ridere insieme», dice Chiara.
«Pensavo che magari i miei coetanei non accettassero di esporsi su qualcosa di così intimo. Poi, in realtà, mi sono ricreduta»
Poi, leggendoli in équipe, e allargando il confronto a colleghi di altre aree e alla comunità adulta, emergono alcuni temi ricorrenti: per esempio situazioni legate alla scuola, l’ansia di non essere all’altezza, il timore di perdere gli amici o le persone care, la paura della morte, la solitudine, il rapporto con i nonni. «Ci sono sfumature e argomenti - sottolinea Chiara - che, fuori da questa azione, non ci è capitato spesso di toccare. Ci siamo accorti fra l’altro che ci si ricorda di più dei sogni brutti rispetto a quelli belli, perché colpiscono di più e quindi rimangono addosso», senza ovviamente addentrarsi in analisi cliniche che implicano competenze che questo gruppo di lavoro non ha: solo la volontà di mettere insieme, con cura, quello che i ragazzi hanno affidato.
L’idea di un dado
Ha collaborato attivamente al progetto una studentessa, Giulia Ravasio, che ha svolto così il suo Pcto (Percorso per le competenze trasversali e l’orientamento). È lei ad aver aiutato l’équipe a immaginare uno strumento capace di rendere più leggero, quasi ludico, il momento dell’incontro con i suoi coetanei in strada. Ha immaginato un dado, con un simbolo per ogni faccia, per indicare un sogno diverso: felice, spaventoso, ricorrente. I partecipanti lo lanciavano per trovare, tra i propri ricordi notturni, quello giusto da raccontare. «Non è detto - sorride Chiara - che dopo il lancio la persona si ricordasse necessariamente quel tipo di sogno, però era un aiuto per sbloccarsi e trovare uno spunto». Un piccolo meccanismo per sciogliere l’imbarazzo iniziale, senza forzature.
L’esigenza di raccontarsi
È stata una sfida anche per Giulia: «Quando Chiara mi ha chiesto se volessi partecipare a questo progetto, ricordo di essermi sentita entusiasta, ma anche un po’ titubante. Pensavo che magari i miei coetanei non accettassero di esporsi su qualcosa di così intimo. Poi, in realtà, mi sono ricreduta». Racconta per esempio di un gruppo di ragazzi con cui, partendo da un sogno, «siamo arrivati a parlare di cose più importanti e profonde», e di come in quel momento abbia sentito «il loro reale bisogno di raccontarsi. Forse, anche se può sembrare banale, dovremmo soffermarci su questo aspetto: l’esigenza di raccontarsi non è da sottovalutare».
«Non veniamo davvero ascoltati»
Un’azione che aiuta a «smontare» i pregiudizi su adolescenti e giovani: «Quando sento dire che i giovani sono apatici e superficiali - osserva Giulia -, vorrei far ascoltare queste storie. Forse sembriamo così, perché non veniamo davvero ascoltati, ma se qualcuno si soffermasse, anche solo ogni tanto, a cercare di comprenderci, probabilmente si ricrederebbe».
Il Carro dei sogni
Dalla raccolta alla restituzione questa azione è stata corale, portata avanti con la collaborazione di tanti soggetti del territorio in cui è nata: «Il pulmino - spiega Chiara - è stato preso in prestito, privato dei sedili per fare spazio a cinque, sei persone sedute comodamente. Poi è stato allestito con erba sintetica, cuscini, sedute morbide, materiali che ci sono stati donati, e oscurato completamente per proiettare all’interno un cielo di stelle». I sogni raccolti in strada sono stati riscritti in forma di testo e affidati a due voci attoriali - grazie alla collaborazione con il Teatro Chapati - che si alternano nella lettura per una trentina di minuti. L’audio viene riprodotto in loop, con un sottofondo musicale: «Così - racconta Chiara - ognuno può salire, ascoltare, e scendere quando vuole».
Patrimonio della comunità
La costruzione materiale del Carro mostra, forse più di ogni altra cosa, quanto il progetto sia diventato patrimonio della comunità. «Ognuno ha messo un pezzo» sintetizza Chiara. Il presidente della polisportiva di Almè, per esempio, colpito dall’iniziativa, ha donato tessuti ed erba sintetica. Altri genitori di Villa d’Almè hanno innescato collaborazioni con diverse associazioni, sempre per contribuire all’allestimento.
Da dicembre, il Carro ha cominciato a fermarsi nei punti cruciali dei due paesi - vicino all’oratorio, in piazza, davanti alla chiesa - diventando presto qualcosa che va oltre la sua funzione originaria di ascolto degli adolescenti. Persone di generazioni diverse, dai bambini agli anziani, salgono a bordo con curiosità. «Molti - osserva Chiara - sono stupiti e colpiti da questa esperienza». Capita che nello stesso momento, nello stesso buio, si trovino fianco a fianco adolescenti e bambini di quattro o cinque anni: «Condividere lo spazio in silenzio ascoltando i sogni è un’occasione speciale».
«Sogniamo al plurale»
Il Carro è stato durante l’estate alla presentazione del bilancio sociale di Aeper e sarà tra le tappe delle celebrazioni per il 40° anniversario della Cooperativa, seguendo il tema «Sogniamo al plurale». Prossimo appuntamento il 4 ottobre, con la camminata «Passo dopo passo, 40 anni di AEPER», che parte da Torre de’ Roveri. Ma il segno più concreto della sua eredità è forse quello meno visibile: la rete di collaborazioni che ha attivato tra genitori, oratori, volontari, servizi diversi della Cooperativa. «Siamo partiti dai sogni - dice Chiara - ma poi li abbiamo fatti diventare tessuto e lavoro di comunità».
Il «Carro dei sogni» continuerà a viaggiare, mentre altre équipe della Cooperativa iniziano a interrogarsi su come riadattare lo stesso strumento - il sogno come chiave di relazione - a contesti più strutturati. «È ancora tutto in costruzione - conclude Chiara -. Sicuramente questa esperienza ci ha mostrato che basta partire da qualcosa di piccolo e comune come un sogno per scoprire quanto ci sia bisogno di attenzione e ascolto».
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