«Il sorriso di un bambino in ospedale
mi ricorda che la vita è fragile e bellissima»

LA STORIA. Roberto Esposito, donatore di midollo, gioca ne «La Mitica», la nazionale che comprende anche i guariti.

«Non c’è medicina come la speranza», ecco perché Roberto Esposito, 54 anni, di Parabiago, informatico, toglie volentieri giacca e cravatta per indossare la felpa de «La Mitica», la nazionale italiana dei ragazzi guariti dalla leucemia e dei donatori di midollo, per portare sport e sorrisi nei reparti pediatrici degli ospedali e nelle scuole. Fra le tappe più recenti anche quelle di Treviglio e Caravaggio.

Roberto, donatore di midollo osseo, ha imparato grazie alla sua esperienza diretta che donare non significa perdere qualcosa, ma restituire senso alla vita. A volte un gesto che sembra piccolo, umile, quasi invisibile, come la donazione, può ampliarsi nel tempo come un’eco buona. Parte da una stanza d’ospedale e arriva negli occhi di un bambino, nel sorriso di una persona guarita.

Messaggio in bottiglia

«Avevo iniziato a donare sangue dal ’94 – racconta Roberto, con l’ordine preciso di chi mette in fila i ricordi come i codici di programmazione – frequentando l’Avis avevo sentito parlare dell’Admo. Mi sono detto: perché no? È una cosa che posso fare per gli altri. Così nel 2006 mi sono iscritto al registro nazionale dei donatori sottoponendomi all’esame – molto semplice – per la tipizzazione. Basta infatti un piccolo prelievo di sangue o saliva. Sapevo bene che le probabilità di compatibilità tra non consanguinei sono bassissime, una su centomila», perciò si è sentito come chi lascia un messaggio in una bottiglia, affidandolo alle onde del mare.

Tre anni dopo, però, nel 2009, quella probabilità remota è diventata realtà. «Mi hanno chiamato dall’ospedale, dicendomi che c’era una persona che aveva bisogno del trapianto di midollo, e che io risultavo compatibile». In questi casi bisogna sottoporsi a nuovi esami, in primo luogo per verificare lo stato di salute del donatore, e poi per accertare in modo più approfondito l’effettiva compatibilità con il ricevente. «Ho seguito tutta la trafila, poi mi hanno chiesto una nuova conferma della mia volontà di donare. Mi è sembrato ovvio rispondere di sì. Anzi, sapendo che qualcuno aspettava, la mia determinazione nel frattempo si era rafforzata».

La donazione è avvenuta all’ospedale Niguarda di Milano, con il metodo tradizionale del prelievo dalle creste iliache, oggi usato solo in una piccola percentuale di casi. «Mi hanno operato in anestesia totale. Un piccolo intervento, che non mi ha causato particolari problemi. Dopo un paio d’ore mi sono risvegliato. Un po’ di dolore alla schiena, certo, ma niente di più. In pochi giorni ero fuori, tornato alla normalità».

Ci sono momenti, però, in cui la consapevolezza arriva tutta insieme: «Ho capito davvero il valore di ciò che stavo facendo quando ho incrociato nei corridoi dell’ospedale la mamma di un bambino malato di leucemia. La dottoressa mi ha presentato dicendo: “Lui è qui per donare il midollo”. Quella donna ovviamente sapeva che non sarebbe andato a suo figlio, ma mi ha comunque abbracciato piangendo: “Se non ci fossero persone come te, i malati come mio figlio non avrebbe speranze”. E lì, grazie a quell’incontro, ho sentito il peso vero del gesto e mi sono emozionato».

Roberto racconta con molta umiltà e con un pizzico di ritrosia. Per anni non ne ha parlato con nessuno, neppure con gli amici: «Credo che quanto più si racconta, più un gesto perde valore. Anche se col tempo ho capito quanto sia importante far conoscere la possibilità della donazione il più possibile. Gli iscritti al registro sono ancora pochi. Oggi la donazione avviene per la maggior parte con il metodo dell’aferesi, che è simile a una donazione di plasma, quindi è molto semplice, non invasiva, alla portata di tutti, senza paura. Nel mio caso, ho potuto contare sull’appoggio della mia famiglia, nonostante qualche preoccupazione iniziale, che poi si è risolta. Mi piacerebbe che un giorno anche i miei figli seguissero il mio esempio».

Non ha mai saputo chi ha ricevuto il suo midollo. «All’inizio mi avevano detto che l’esito del trapianto era stato positivo, e questo mi ha reso felice. Poi non ho più avuto notizie. Non mi aspettavo un ringraziamento, anche se mi sarebbe piaciuto sapere come fosse andata. Mi fa piacere, in ogni caso, aver potuto donare una possibilità di guarigione».

In campo con «La Mitica»

L’altra metà della storia di Roberto è iniziata anni dopo su un campo da calcio. «Giocavo con un ragazzo guarito dalla leucemia. Un giorno mi ha chiesto: “Ti va di unirti a noi? Ci mancano giocatori per una partita di beneficenza”. Lì ho conosciuto Giacomo, il responsabile de “La Mitica” e ho iniziato a partecipare alle loro attività. Per un po’ non gli ho detto nulla della mia donazione, poi un giorno gliel’ho confessato. Lui si è commosso. “Lo sentivo”, mi ha detto. Da allora non mi ha più mollato: è quasi dieci anni che faccio parte dell’associazione».

Da quella domenica sul campo è nata una dedizione diversa, contagiosa. “La Mitica” non promuove solo partite di calcio, ma veicola attraverso incontri, feste, laboratori un messaggio importante: la malattia si può sconfiggere, e la vita, dopo, può tornare a essere piena. «Quando ho conosciuto i ragazzi guariti mi sono reso conto di quanta energia abbiano. La malattia, paradossalmente, li ha resi più vivi. Ti insegnano a non dare mai niente per scontato».

Ogni anno, con la divisa blu della nazionale della solidarietà, Roberto e i suoi compagni diventano ambasciatori di speranza e di vita. Nelle scuole, negli ospedali, agli eventi sportivi. «A Natale e a Pasqua visitiamo diversi reparti pediatrici degli ospedali. Portiamo panettoni, giochi, ma soprattutto coraggio e pensieri positivi. Ai genitori diciamo che si può guarire, ai bambini portiamo l’esempio concreto di chi ce l’ha fatta». Poi ci sono gli incontri con i ragazzi delle scuole, e in particolare quelli degli ultimi anni delle scuole superiori, che stanno per compiere diciotto anni e scoprire che anche loro possono diventare donatori.

«Siamo stati da poco a Caravaggio, in una quarta del liceo Galileo Galilei. Pensavamo di predicare nel deserto, invece i ragazzi ci hanno posto un sacco di domande, alcuni durante il nostro racconto si sono commossi, e c’è stato poi chi ci ha contattato per chiederci maggiori informazioni sull’iscrizione al registro dei donatori di midollo. Quest’anno, tra una cosa e l’altra, abbiamo raccolto 36 nuove iscrizioni. Per noi è un piccolo grande successo».

«Si può giocare sempre»

Oggi «La Mitica» conta una sessantina di membri, una ventina sempre attivi. «Ne fanno parte persone guarite dalla leucemia, donatori e volontari. Ognuno gioca un ruolo importantissimo nelle attività dell’associazione. Partecipiamo a partite di solidarietà in tutta Italia, e anche i giocatori hanno diverse provenienze. Quando ci ritroviamo è sempre una festa, al di là dei risultati sportivi, l’importante è il messaggio che portiamo». A volte la squadra viene invitata a eventi speciali: come è avvenuto di recente a Coverciano, dove si è svolta l’iniziativa «Si può giocare sempre», dedicata a chi ha affrontato la malattia. «C’erano i ragazzi del Torino, che hanno una squadra composta da giovani guariti dai tumori. È un modello che dovremmo imitare ovunque: lo sport come segno di ripartenza, di vita che ricomincia. Chissà, potrebbe essere un’idea da replicare anche a Bergamo».

«Non servono campioni»

Roberto, con la felpa de «La Mitica» addosso, sembra incarnare bene lo spirito dell’associazione: una normalità luminosa, come quella che Montale chiamava «il miracolo dell’ordinario». Racconta con gratitudine, ma mai con compiacimento. «Dico sempre che quello che riceviamo è più di quello che diamo. Quando visitiamo gli ospedali e parliamo con le famiglie torno a casa con una forte carica d’energia positiva. È proprio vero: dare ti restituisce molto di più».

Donare, sottolinea Roberto, è un gesto alla portata di tutti, ma ancora pochi ne sono consapevoli: «Nel 2009 ero il seicentesimo donatore in Italia. Ho pensato che fossero pochissime donazioni di midollo in un Paese di sessanta milioni di persone. Fortunatamente negli ultimi anni questi dati si sono incrementati, alla fine del 2024 gli iscritti al registro nazionale erano oltre 500 mila, ma questo mi fa ancora riflettere. Donare il midollo non è invasivo come si crede, e può salvare una vita. Il nostro compito è farlo sapere, sempre di più». Per approfondimenti sulla donazione e l’iscrizione al registro dei donatori si può consultare il sito admo.it.

Nel parlare con Roberto, si intuiscono un forte senso di generosità e una grande fiducia nei legami tra le persone. La vita, sembra dire, trova un senso più pieno ogni volta che ci si apre all’altro. Come scriveva Tolstoj «la felicità è reale solo se è condivisa» e per Roberto diventa concreta nei volti delle persone che incontra in corsia, i sorrisi dei bambini, le strette di mano dei compagni di squadra. Nello spazio delle sue parole si percepisce la forza semplice di un uomo che sceglie di esserci, spendendosi in prima persona, trasformando la normalità in dono per gli altri, e il gesto in testimonianza. «La Mitica» ha sempre bisogno di nuove braccia e nuove voci. «Chiunque può unirsi – chiarisce Roberto –, donatori, guariti, volontari. Non serve essere campioni: basta voler fare la propria parte, perché insieme si può contribuire a cambiare la percezione della malattia e del dono».

Quando gli si chiede cosa gli ha lasciato questa esperienza, sorride. «Di certo mi ha insegnato a guardare la realtà con occhi diversi, a capire che cosa è davvero essenziale, a non lasciarmi travolgere dai problemi quotidiani. Ogni volta che entro in ospedale e vedo un bambino sorridere, mi ricordo che la vita è fragile ma bellissima, e vale la pena di viverla sempre con coraggio e speranza, anche nei momenti difficili».

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