Cardiomiopatia ostruttiva, Bergamo fu lungimirante

ASST PAPA GIOVANNI XXIII. Paolo Ferrazzi fu il primo al mondo ad eseguire una tecnica rivoluzionaria. A distanza di 16 anni i dati confermano le scelte.

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Quando questa tecnica venne utilizzata per la prima volta, quasi 16 anni fa all’ospedale di Bergamo, si trattò di un passo fondamentale per esplorare una nuova frontiera nella cardiochirurgia. Oggi c’è la consapevolezza, consolidata dai dati, che quella procedura restituisce una «quantità» e una qualità di vita normale a lungo termine anche in presenza di una patologia ad alta complessità. Sul «Journal of the American College of Cardiology», prestigiosa rivista medico-scientifica internazionale, è stato da poco pubblicato un articolo che illustra gli esiti a lungo termine della miectomia associata al taglio delle corde tendinee secondarie della valvola mitrale nel trattamento della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva. La tecnica è stata ideata ed eseguita per la prima volta a Bergamo nel 2009 dal dottor Paolo Ferrazzi, che eseguì come primo operatore il primo trapianto di cuore degli Ospedali Riuniti di Bergamo nel 1985 sotto la direzione di Lucio Parenzan, successivamente a lungo direttore della Cardiochirurgia e del Dipartimento Cardiovascolare dell’ospedale di Bergamo e dal 2013 direttore del Centro per la cardiopatia ipertrofica e patologie valvolari del Policlinico di Monza.

Lo studio

Lo studio – a prima firma di Ferrazzi e a cui hanno partecipato anche medici e ricercatori del San Martino di Genova e della Fondazione Anthem, presieduta da Stefano Paleari – descrive il decorso di 350 pazienti operati tra il 2013 e il 2018 al Policlinico di Monza, oggi principale centro europeo per questo intervento: «Vedere giovani pazienti che prima dell’intervento non riuscivano a salire pochi gradini e poi riprendere una vita normale – dice Ferrazzi -, sapere che questi risultati sono mantenuti a lungo termine, è un’emozione difficile da descrivere».

«È una malattia che non solo porta allo scompenso e all’ictus per la fibrillazione atriale, ma anche alla morte improvvisa»

Alla base c’è la necessità di affrontare una patologia eterogenea: «La cardiomiopatia ipertrofica – premette Ferrazzi – interessa una persona ogni 500 e ha tre forme: una forma ostruita anche a riposo, una forma ostruita dopo sforzo e una forma non ostruttiva. La chirurgia di questo studio riguarda le cardiomiopatie ostruttive: l’inspessimento del muscolo e lo spostamento anteriore della valvola, insieme, provocano un ostacolo all’uscita del sangue dal ventricolo sinistro verso l’aorta. È una malattia che non solo porta allo scompenso e all’ictus per la fibrillazione atriale, ma anche alla morte improvvisa, soprattutto nei giovani».

Prima della tecnica messa a punto da Ferrazzi, e che proprio in ambito medico è nota come «Ferrazzi Operation», l’unica soluzione era la sola miectomia, che aveva tuttavia delle limitazioni all’espansione della metodica in altri centri: «Ora invece l’intervento conduce a una vita normale in oltre il 90% dei pazienti – rimarca il medico -, lasciando ai casi molto gravi il trapianto cardiaco». È quanto dimostrano i dati della ricerca: le curve del follow-up dei pazienti e quelle della popolazione generale sono pressoché sovrapponibili a lungo termine. In altri termini, statisticamente dopo l’operazione non c’è più differenza tra la traiettoria di vita dei pazienti e delle altre persone. «Non solo – prosegue Ferrazzi -. Durante la malattia, il 90% dei pazienti apparteneva alla “classe quarta” dello scompenso, la classe dei sintomi più elevati: dopo, nel 79% dei pazienti i sintomi scompaiono completamente, in particolare nei giovani, mentre in circa il 20% dei casi rimangono sintomi lievi, soprattutto in persone anziane». Questa tecnica è stata ripresa da 14 centri in tutto il mondo, che hanno descritto in letteratura i risultati nel breve termine: il paper apparso sul «Journal of the American College of Cardiology» permette di fare un passo oltre, perché abbraccia un arco temporale molto ampio, segnalandosi come «una rassicurazione per i pazienti e anche per altri centri sulla bontà di questa metodica».

La diffusione della tecnica

Oltre i risultati clinici, un altro aspetto di grande importanza è il lavoro di traslazione delle conoscenze. «Inizialmente questo intervento era praticato solo in centri iperspecializzati – ricorda Ferrazzi -. Abbiamo scelto di insegnare questa tecnica tramite la International Heart School, l’intuizione che Parenzan ebbe alla fine degli anni Ottanta per formare giovani medici da tutto il mondo (Ferrazzi ne è direttore dal 2009, ndr), così da disseminare queste competenze e migliorare la qualità della vita di tante persone. L’emozione più grande è vedere crescere questi nuovi professionisti e sapere che è possibile ricevere questo tipo di intervento anche in altri Paesi, dando speranza ai pazienti indipendentemente dal livello socio-economico in cui si trovano. Attualmente, fuori dall’Italia il centro più produttivo è a Kiev: gli interventi sono continuati anche durante la guerra; in questo centro sono stati seguiti più di mille casi con questa nuova tecnica. Per un chirurgo, è di grande soddisfazione sapere che in questo momento in tutto il mondo venga usata una tecnica derivata dal lavoro di ricerca di tutta l’équipe che ha portato a tali risultati».

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