Con il «cuore artificiale» risultati inimmaginabili

«PAPA GIOVANNI». L’esperienza dell’ospedale cittadino vanta performance molto significative.

All’Ospedale Papa Giovanni XXIII due pazienti hanno superato i 10 anni di sopravvivenza con un dispositivo di assistenza ventricolare (VAD), comunemente chiamato anche «cuore artificiale». I casi di Valeria Pedretti, classe 1945, e di Flaminia Rossi, classe 1947, sono senza dubbio eccezionali. Ma sono la conferma dell’evoluzione di questa tecnologia verso un uso sempre più esteso come terapia di lungo periodo. Quali pazienti oggi possono beneficiare del «cuore artificiale»? Ne parliamo con Attilio Iacovoni, cardiologo della Chirurgia dei trapianti e del trattamento chirurgico dello scompenso.

Dottore, dieci anni di sopravvivenza con un cuore artificiale. Cosa significa?

«È un risultato che fino a qualche tempo fa sarebbe stato difficilmente immaginabile. Valeria e Flaminia sono le due pazienti con cuore artificiale più longeve seguite dall’Ospedale Papa Giovanni XXIII e probabilmente tra le più longeve del mondo, se si considera che la sopravvivenza media a 5 anni dall’impianto riportata in letteratura è del 58%. Sono casi molto significativi perché dimostrano come oggi il VAD non sia più soltanto una terapia ponte al trapianto, ma possa diventare una vera e propria ‘destination therapy’».

Che cos’è il cuore artificiale nella pratica clinica?

«È un sistema di assistenza meccanica del ventricolo sinistro che supporta il cuore nei pazienti con scompenso cardiaco avanzato. Quando il cuore non riesce più a garantire una portata adeguata, il dispositivo permette di mantenere una circolazione efficace e quindi una sopravvivenza e una qualità di vita accettabili».

A chi viene proposto oggi il VAD?

«A pazienti con scompenso cardiaco avanzato e instabile, spesso con ricoveri ripetuti nonostante terapia ottimale. In questi casi il VAD (o cuore artificiale) rappresenta una concreta possibilità terapeutica».

Che impatto ha sulla sopravvivenza?

«Senza dispositivo molti di questi pazienti avrebbero una prognosi inferiore a uno o due anni. Con il VAD, la maggior parte può arrivare a una sopravvivenza di 5–8 anni o anche oltre, con una buona qualità di vita».

Che tipo di vita possono condurre oggi questi pazienti?

«Una vita molto diversa dal passato. Pazienti che erano fortemente limitati o allettati possono tornare a casa, camminare, salire le scale, guidare e in alcuni casi viaggiare. È un cambiamento radicale nella loro quotidianità».

Quali sono le principali complicanze ancora oggi?

«Le complicanze principali sono quelle neurologiche, ischemiche o emorragiche. Negli ultimi anni la loro incidenza si è ridotta grazie al miglioramento dei dispositivi e della gestione clinica, soprattutto nella fase iniziale dopo l’impianto».

Qual è oggi il limite principale?

«La selezione dei pazienti, in particolare l’età e le condizioni cliniche generali. Non tutti sono candidabili e la valutazione deve essere molto accurata e multidisciplinare».

Quanto è importante l’organizzazione del lavoro oggi in questi percorsi?

«È fondamentale. Oggi questi trattamenti complessi vengono eseguiti all’interno di un Dipartimento cardiovascolare strutturato, dove opera un vero e proprio Heart Team. Cardiologi, cardiochirurghi, emodinamisti e specialisti dell’imaging lavorano insieme in modo integrato. Questa sinergia è ciò che rende possibile selezionare e trattare pazienti così complessi in sicurezza».

Qual è la prospettiva futura?

«Il VAD è sempre più una terapia di lungo periodo. Con la scarsità di organi da destinare a trapianto, l’allungamento della aspettativa di vita, l’aumento delle cronicità e dei pazienti con scompenso avanzato, la destination therapy diventerà una parte sempre più rilevante della nostra pratica clinica. Già oggi, una parte dei 30 pazienti con cuore artificiale che abbiamo in cura non sono candidati a trapianto».

© RIPRODUZIONE RISERVATA