Cosmeticorexia, problema silenzioso per gli adolescenti
DERMATOLOGIA. Esiste una fascia di ragazzini che arriva a sviluppare un’ossessione per avere una pelle perfetta attraverso l’uso di cosmetici.
Dalla vita reale ai social media, la cosmeticorexia è un hashtag sempre più presente nella galassia della Gen Alpha (nati dopo il 2010) che persegue la bellezza come una crociata. La pelle, un tegumento naturalmente dinamico, viene inchiodata ad un concetto statico di bellezza, innaturale ed immutabile, in altre parole non vivo. Retinolo, steroidi ed altri cosmetici diventano i mezzi per ottenere in breve tempo (short-term) un canone di bellezza preconfezionata e virtuale, a discapito della salute cutanea nel lungo termine. Questo è il prezzo che questi preadolescenti stanno tacitamente ed inconsapevolmente pagando, supportati da genitori ignari dei pericoli che si nascondono dietro make-up a prezzi concorrenziali, pubblicizzata tra i più piccoli.
I «Sephora kids»
La cosmeticorexia ha ottenuto un riconoscimento mediatico solo con l’avvento dei «Sephora kids», preadolescenti che si appropriavano avidamente dei cosmetici sui ripiani dei negozi, spesso a discapito degli altri clienti, inneggiando a standard di bellezza lontani da loro che contribuivano solo a snaturarli maggiormente.
Ad ora anche la cosmeticorexia ha trovato una definizione nel recente articolo del prof. Giovanni Damiani dell’Università di Milano e del dott. Alberto Stefana dell’Istituto Superiore di Sanità. La divulgazione scientifica estera ha subito captato questo fenomeno portato recentemente a paradigma, dedicando degli articoli sul «The Guardian» e sul «Financial Times» rinvigorendo la fiamma della cosmeticorexia.
Tale fenomeno si riferisce, infatti, a una preoccupazione/ossessione, culturalmente rafforzata, volta al raggiungimento di una pelle «perfetta», che può portare a un uso eccessivo, inadeguato per l’età/compulsivo di prodotti e procedure cosmetiche. Nei cosmetoretici si assiste ad un processo di «medicalizzazione» della bellezza, che diventa motore della crescita dei mercati «cosmeceutici» spalleggiati dalle piattaforme dei social media che premiano i contenuti basati sulla routine e un’autopresentazione incentrata sull’aspetto.
I segnali emergenti indicano che l’esposizione e l’utilizzo avvengono in età sempre più giovane, sollevando preoccupazioni riguardo a dermatiti da contatto irritative e allergiche, alterazioni della barriera cutanea e rafforzamento di comportamenti disadattivi di monitoraggio dell’aspetto e di cura compulsiva. Sebbene la cosmeticorexia non sia riconosciuta ad ora come diagnosi formale nei codici internazionali di patologia (ICD), potrebbe rappresentare un disturbo mentale clinicamente rilevante che merita di essere caratterizzato, valutato in modo standardizzato e monitorato epidemiologicamente.
Lo studio italiano
Nell’articolo pubblicato su «Dermatology and Therapy» gli autori descrivono i dati del primo studio osservazionale sulla cosmeticorexia effettuato presso l’Università Statale di Milano delineando pazienti con elevata dipendenza dai socials (nomofobia), propensione a stati ansiogeni/attacchi di panico, ma anche allo sviluppo di dermatiti da contatto al viso dovute all’applicazione di più cosmetici allo stesso tempo.
Questa moda rischia di allergizzare i preadolescenti ai principali componenti dei cosmetici commerciali, privando i futuri giovani adulti della possibilità di usare un make-up sicuro per la propria pelle. Allo stesso tempo lo stravolgimento del viso dovuto al make-up eccessivo, che travalica il camouflage, distorce le caratteristiche del viso e porta l’adolescente a cambiare l’immagine di sé sviluppando una dipendenza patologica dalla propria immagine truccata. Questa falsa immagine di sé non contribuisce a una crescita equilibrata del ragazzo/a che non impara ad accettare la naturalezza di un viso ed una pelle spesso imperfetta, ma condita di veracità ed emozione, la stessa emozione che si concretizza in espressione e permette ai ragazzi di reagire ad un contesto gioioso con un sorriso.
Quale futuro?
L’ipotesi clinica che il gruppo di ricerca guidato dal professor Giovanni Damiani sta testando è quella che i pazienti cosmetoretici possano in futuro sviluppare una non accettazione del sé talmente severa da culminare nel dismorfismo corporeo, una condizione psichiatrica incresciosa caratterizzata da un’eccessiva preoccupazione per difetti fisici immaginari o lievi, che causa una grave sofferenza. Come sottolineato dai ricercatori intervistati, nel prossimo futuro verranno delineati i criteri diagnostici della cosmeticorexia da un team multidisciplinare internazionale, concretizzando un aiuto mirato ai giovani pazienti che soffrono di questo disturbo ed alle relative famiglie.
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