«La cultura del dono non può subire alcun contraccolpo»
LA VICENDA DI DOMENICO. «La vicenda del piccolo Domenico, il bimbo di Napoli morto dopo l’innesto di un cuore nuovo non idoneo ad essere trapiantato, impone rispetto e senso di responsabilità.
Non è una notizia che si possa liquidare in poche righe o archiviare con formule di rito. Quando si verifica un fatto del genere, si tocca un punto delicatissimo: quello in cui la speranza di una famiglia incontra la complessità di un sistema che, ogni giorno, lavora per salvare vite. E proprio per questo è necessario fare piena chiarezza». Così il presidente provinciale di Aido, Gianpietro Zanoli, sottolineando come chi opera nel campo della donazione degli organi si muova «nel punto più delicato che esista: il confine tra la vita e la morte», dove si intrecciano dolore delle famiglie, competenza dei sanitari e speranza di chi attende. Una notizia simile - osserva - provoca smarrimento e impone accertamenti rigorosi su ogni passaggio ed eventuali responsabilità.
Zanoli non entra nel merito delle valutazioni sanitarie e organizzative, rimettendo ogni verifica alle autorità competenti: «Non spetta a noi valutare questioni operative o individuare eventuali carenze, il nostro compito è custodire e promuovere la cultura del dono». Il primo pensiero va al bambino malato e alla sua famiglia, cui è dovuto «un rispetto che precede ogni analisi e ogni polemica»: in queste ore serve silenzio e vicinanza autentica. Con la stessa intensità, aggiunge, il pensiero va alla famiglia del donatore: scegliere la donazione in un momento di dolore improvviso è un atto di straordinaria generosità, compiuto con lucidità e responsabilità verso sconosciuti. Anche se l’esito non è stato quello sperato, quel gesto resta intatto nel suo valore umano e non può essere considerato vano.
Ogni anno in Italia, ricorda, grazie alla generosità dei donatori e alla solidità della rete trapiantologica, quasi 5000 persone tornano a una quotidianità altrimenti negata: ritrovano affetti, lavoro e progetti. È una realtà silenziosa ma immensamente più grande del clamore di questi giorni. Se l’eccezione fosse la regola, il sistema non esisterebbe; invece funziona, salva vite, grazie a professionalità altissime, protocolli rigorosi e controlli continui. Quanto accaduto va chiarito fino in fondo, ma non può diventare la misura per giudicare l’intero sistema.
Comprende il turbamento di chi oggi è incerto: la paura è umana. Tuttavia lasciarsi guidare dalla paura significherebbe togliere una possibilità concreta a tanti malati in attesa. «Se per timore dell’errore rinunciassimo al bene, avremmo meno rischi teorici e molte più vite senza futuro». Il presidente richiama infine il precedente del 1994: il piccolo Nicholas Green, ucciso durante un tentativo di rapina in autostrada mentre era in vacanza con i genitori in Calabria. La scelta dei genitori di donare gli organi generò un’ondata di solidarietà e un’impennata delle adesioni alla donazione in tutta Italia, una lezione di straordinaria dignità.
Oggi, conclude il presidente Zanoli, non deve accadere l’opposto: un singolo episodio, per quanto grave, non può tradursi in un arretramento della cultura del dono. Ai volontari dell’associazione rivolge un invito a non scoraggiarsi: il disagio che provano è segno di coscienza vigile. La cultura del dono non nasce dall’emotività, ma da una responsabilità matura.
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