(Foto di Kyran O’Brien)
MADE IN BERGAMO. La prof.ssa Silvia Giordani studia come trasformarle in vettori intelligenti per portare farmaci antitumorali nelle cellule malate.
Il nome tecnico è fullerene multistrato: «Ma io preferisco chiamarle nanocipolle». Nell’inglese scientifico, Carbo Nano-Onions. Silvia Giordani, 53 anni, scienziata bergamasca di livello internazionale e oggi Full Professor e Chair in Nanomaterials alla Dublin City University, è stata ospite lunedì scorso al dipartimento di Ingegneria e Scienze applicate dell’Università di Bergamo. L’occasione era data dal seminario da lei tenuto e intitolato «Dalle nanocipolle di carbonio alla cura del cancro: nanotecnologia al servizio della medicina», ovvero: come delle nanoparticelle sferiche di carbonio possono essere vettori di farmaci antitumorali. Vettori di estrema precisione, assolutamente non tossici e tollerati dal sistema immunitario: un rimedio e un’alternativa alla tradizionale chemioterapia e a tutte le sue ben note controindicazioni, la prima delle quali è che colpisce anche i tessuti sani. Un’idea, questa delle nanocipolle impiegate in ambito bio-medicale, su cui Giordani lavora da anni: prima si è occupata della «penetrazione» delle nanocipolle nelle cellule dei tumori pancreatici e al seno, che hanno già dato risultati certificati, e infine oggi, ancora in corso, è aperto il cantiere sulle cellule tumorali del cervello: «A livello di drug delivery, cioè di rilascio del farmaco tumorale alla linea cellulare, l’ho fatto solo in vitro. Il passaggio successivo è la traslazione nella clinica. Non sono ancora lì, sono ancora a livello di laboratorio».
Gli studi al Natta, la laurea in Chimica e tecnologia farmaceutica a Milano nel ’99, il dottorato a Miami, la borsa di studio «Marie Curie» al dipartimento di Fisica del Trinity College di Dublino, il prestigiosissimo President of Ireland Young Researcher Award nel 2007 e la borsa L’Oréal-Unesco per le donne nella scienza conquistata nel 2012, il laboratorio Nano Carbon Materials da lei fondato nel 2013 all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, oltre 160 pubblicazioni alle spalle, la cattedra di ordinario alla Dublin City University dove ora ha i suoi laboratori, e, nel 2025, la fresca nomina a Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: con tutte queste medaglie al petto, Giordani ha spiegato l’ambito della ricerca cui lavora dal 2009. «Le nanocipolle di carbonio – ha detto - sono un nanomateriale molto piccolo, con un diametro di 5 nanometri: 10 mila volte più piccolo del diametro di un capello. Sono riuscita a produrle in maniera pura, omogenea, ad appurare che fossero sicure, non tossiche, tollerate dal sistema immunitario. Poi ho cominciato a renderle fluorescenti, per seguirne il percorso; a dare loro una “intelligenza”, per far sì che vadano dove voglio io ai fini di una terapia mirata. Sulla loro superficie aggiungo diversi frammenti molecolari, diverse “funzionalizzazioni” che le indirizzano verso una cellula particolare. Mi sono focalizzata sui tumori più aggressivi. Cerco una formulazione nuova che risolva la malattia, magari in sostituzione proprio della chemioterapia».
Ma il seminario è stato anche l’occasione perché Giordani si rivolgesse alla comunità degli studenti. «La scienza vi aprirà le porte del mondo», ha detto, facendo riferimento alle sue docenze internazionali, «io per esempio mi sono spostata tanto non solo a livello geografico, ma anche tra le discipline: dalla mia passione, la chimica organica, mi sono avvicinata alla fisica, alla biologia, alla nanotecnologia. E poi mi sono chiesta: ma non si possono mettere insieme tutte queste cose? Quindi ho sviluppato una mia linea di ricerca e ho cominciato a essere una professoressa con un suo laboratorio indipendente». «Fatevi delle domande, ragazzi, non usate ChatGpt», ha poi aggiunto, «lo scienziato è tale in quanto si fa delle domande. Documentatevi: e se non troverete le risposte a ciò che cercate, forse significherà che vi trovate in un ambito interessante di ricerca». E ancora: «Abbiate fiducia in voi stessi. Per le mie ricerche, nell’assumere persone per i miei team, ho sempre dato spazio anche ad undergraduate, studenti universitari motivati».
Nulla è facile, certo. A cominciare dai finanziamenti: «All’estero ho scoperto la più assoluta meritocrazia, una cosa che in Italia non c’è sempre stata, anche se spero che le cose stiano migliorando. I finanziamenti me li sono sempre procurati io. Nessuno è mai venuto da me per dirmi: come sei brava, ti do i soldi che ti servono». Giordani sente di dover ringraziare chi ha creduto in lei: «I miei genitori Romano e Marinella. Mio fratello Davide, scomparso nel 2009. E Virgilio Barbarino, il mio professore di Chimica organica al Natta: ero timidissima, non spiccicavo parola, e lui mi chiamò alla lavagna per cinque volte di seguito per spronarmi. Non c’è più. Senza di lui non so se sarei riuscita a fare gli esami orali all’università». Infine, il messaggio: «Tutti gli scienziati dovrebbero dimenticare l’ego e lavorare insieme sugli obiettivi. Il Covid ha dimostrato che se tutti i soldi, globalmente, vengono investiti per risolvere un problema, il problema si risolve alla svelta. Lo stesso spirito di collaborazione globale andrebbe applicato sistematicamente alla ricerca oncologica. Devono intervenire i governi».
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