Parkinson in crescita. Entro il 2040 oltre 600mila casi
I NUMERI. In Italia si stimano oltre 300mila casi, destinati a raddoppiare in meno di quindici anni.
L’11 aprile si celebra la Giornata mondiale del Parkinson, istituita in ricordo del medico britannico James Parkinson, nato nel 1755. Fu lui, nel 1817, a descrivere per la prima volta la malattia nel saggio «An Essay on the Shaking Palsy», chiamandola «paralisi agitante». Parkinson osservò i sintomi di 6 pazienti, gettando le basi di una disciplina neurologica che ancora oggi grazie al neurologo Jean-Martin Charcot porta il suo nome. Oggi il Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa al mondo, dopo l’Alzheimer. In Italia si stimano oltre 300mila casi, destinati a raddoppiare entro il 2040. Nella Bergamasca nel 2024 sono stati identificati circa 4.200 pazienti, con una prevalenza nei maschi (55%) rispetto alla popolazione femminile (45%) e un’età media di 73 anni. Il tasso di incidenza cresce notevolmente con l’avanzare dell’età: si passa da 20 casi ogni 100.000 abitanti nella popolazione generale a 120 casi ogni 100.000 tra gli over 70.
Dal punto di vista biologico, il Parkinson colpisce selettivamente i neuroni dopaminergici,
responsabili della produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che regola i movimenti. La loro perdita progressiva genera i sintomi più riconoscibili: tremore a riposo, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti o difficoltà nell’avvio del movimento (acinesia). Ma il quadro è spesso più ampio. «La malattia determina anche sintomi non motori — spiega la dottoressa Paola Merlo, responsabile dell’Unità di Neurologia in Humanitas Gavazzeni — come riduzione dell’olfatto e della deglutizione, stitichezza e alterazioni della pressione arteriosa. Particolare attenzione meritano i disturbi del sonno e la depressione». Il decorso coinvolge inizialmente un solo lato del corpo, per poi estendersi bilateralmente.
Cause non del tutto note
Le cause non sono ancora del tutto note. La ricerca indica un’interazione tra fattori genetici individuali e fattori ambientali (ad esempio esposizione a tossine come pesticidi, solventi e metalli pesanti). L’età è il principale fattore di rischio: la malattia esordisce tra i 58 e i 60 anni (anche se circa il 5% dei pazienti la sviluppa prima dei 40 anni) con lieve prevalenza nel sesso maschile. La diagnosi è prevalentemente clinica, ma può essere supportata da esami strumentali come la tomoscintigrafia cerebrale recettoriale, che valuta l’integrità del sistema dopaminergico tramite un radiofarmaco. Uno strumento utile per distinguere il Parkinson dal tremore essenziale o da altre condizioni che possono presentarsi in modo simile.
Le terapie
Sul fronte terapeutico, il trattamento è innanzitutto farmacologico. La levodopa, precursore diretto della dopamina, è ancora oggi considerata un successo della medicina moderna, ma sono diversi i farmaci a disposizione. Nei casi più complessi si ricorre a pompe portatili per l’infusione di medicinali, stimolazione cerebrale profonda o ultrasuoni focalizzati. «Fondamentale resta comunque la gestione integrata e multidisciplinare — sottolinea il dottor Jean Marc Melgari, specialista dell’Unità di Neurologia e referente del Centro Parkinson in Humanitas Gavazzeni — che si completa con riabilitazione, logopedia e il coinvolgimento delle istituzioni locali». A Bergamo il progetto «Circe» con Ats ne è l’esempio concreto: curare il Parkinson significa costruire una rete, non solo prescrivere una terapia.
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