Mimmo, 70 anni in Città Alta: «Qui ho visto cambiare Bergamo»
L’INTERVISTA. Roberto «Roby» Amaddeo racconta i settant’anni del ristorante di famiglia, fondato nel 1956: dagli inizi dei genitori alla trasformazione del borgo e al boom del turismo.
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Bergamo
«Ho imparato che fare le cose che magari non avresti voluto fare può portarti a farle persino meglio di quelle per cui ti senti ispirato». Per Roberto «Roby» Amaddeo la ristorazione è arrivata quasi per caso. È diventata però una vita intera, trascorsa dietro e davanti ai tavoli di Da Mimmo, lo storico ristorante di via Colleoni che nel 2026 celebra 70 anni di attività.
Il locale nacque nel 1956 con i genitori, Mimmo Amaddeo e Lina Scopelliti, arrivati a Bergamo dopo un passaggio da Milano. Una storia familiare che ha accompagnato quella di Città Alta: «Era molto diversa da oggi, era povera. Ma c’era un sogno collettivo di alcuni ristoratori che avevano creduto nella bellezza di questa parte della città prima degli altri». Da Mimmo venne fondato proprio nel 1956.
Dal sogno di fare il giornalista al ristorante di famiglia
Amaddeo, in realtà, immaginava per sé un’altra strada. «Volevo fare il giornalista sportivo». La passione era il calcio, soprattutto la sua storia. Da ragazzo imparava a memoria le formazioni e il padre lo portava ai tavoli del ristorante per raccontarle ai clienti. Poi, intorno ai vent’anni, arrivò la scelta. «Mio padre aveva sette figli e disse: “Ma non c’è uno che va avanti?”». E così quel mestiere inizialmente non cercato è diventato il suo osservatorio privilegiato sulla città.
«Dal ristorante ho visto cambiare la società»
«Il ristorante è così diventato un punto di osservazione non soltanto gastronomico, ma sociale»
Per Amaddeo la ristorazione è stata anche «un’involontaria autobiografia italiana». Dai tavoli del locale ha visto cambiare gusti, abitudini e rapporti familiari. Ricorda gli anni Settanta, quando molti bergamaschi conoscevano ancora poco il pesce, e poi gli anni Ottanta del risotto allo champagne, delle penne panna e prosciutto e delle pennette alla vodka.
Negli anni Novanta è cambiato anche il rapporto con il borgo: «Si è cominciato a capire che cos’era Città Alta e ad apprezzarla di più». Il ristorante è così diventato un punto di osservazione non soltanto gastronomico, ma sociale.
Un menu di sette portate per i 70 anni
Per celebrare l’anniversario sono previste diverse iniziative. Tra queste un menu speciale di sette portate, costruito attorno ai piatti più riconosciuti dai clienti, gadget e promozioni. E poi raccontare i sette decenni attraverso gli oggetti conservati nel locale, molti realizzati dagli artigiani di Città Alta, e attraverso articoli e contenuti social. A questo si aggiunge un piccolo libro scritto con Stefano Vitale, nato per raccogliere episodi e ricordi vissuti dentro e fuori dal ristorante. «Resistere settant’anni è una fatica incredibile. Lo devo ai miei genitori, a me e ai miei fratelli e sorelle che mi hanno sempre supportato».
Città Alta tra residenti e turismo
Lo sguardo, però, è rivolto anche al futuro del borgo. «È sbagliato pensare soltanto a com’era, perché niente può restare com’è». La sfida, secondo Amaddeo, è trovare un equilibrio tra un turismo diventato numericamente importante e la vita quotidiana di chi continua ad abitare Città Alta.
«Resistere settant’anni è una fatica incredibile. Lo devo ai miei genitori, a me e ai miei fratelli e sorelle che mi hanno sempre supportato»
«Non credo che la contrapposizione sia la soluzione. Chi arriva qui, soprattutto se resta più giorni, capisce di più, ama di più e non consuma e basta». Turismo e residenti, dunque, devono riuscire a convivere attraverso regole condivise. L’auspicio finale riguarda tutta Bergamo: «Vorrei diventasse una città più europea: più aperta, con più musica, più spazi per i giovani e dove ogni quartiere abbia un senso».
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