Quando un gesto diventa arte e si trasforma in gioiello
IL PERSONAGGIO. L’orafo Luca Daverio racconta il lavoro nascosto dietro ogni creazione: studio, prove e gesti che trasformano la manualità in emozione e arte.
Lettura 2 min.«Dietro le quinte c’è sempre un lavoro che non si vede. Ore di preparazione, di studio, di prove, di gesti ripetuti fino a quando diventano emozionanti. È qui che nasce l’arte vera, nell’intimità, nell’ascoltare emergere le proprie emozioni, espresse con la passione del fare. Si chiama l’arte nelle mani». Luca Daverio è un orafo, e non definitelo gioielliere perché non è proprio nelle sue corde.
Figlio d’arte, da suo padre Franco ha imparato l’arte del cesello e di come dare forma alla materia, a incassare pietre, a trasformare emozioni in opere d’arte da indossare. Nelle scorse settimane il suo atelier in via Tasso a Bergamo ha raccontato la sua storia con alcuni giorni di porte aperte in cui ha messo in mostra il processo creativo di un gioiello.
C’erano lui e suo figlio Pablo, che segue le orme del padre e del nonno, con un nome importante che racconta tutta la passione che Luca ha per «l’artista che ha saputo ricreare la materia», Picasso. «Con noi Laura Marzadori, Primo Violino del Teatro alla Scala di Milano. Le sue mani hanno parlato attraverso la musica, le mie mani hanno lavorato il metallo, entrambi alla ricerca di un’armonia di forme e suoni» spiega Daverio.
C’è una data importante in tutto questo: è il 1933, l’anno a cui risale una spilla in rame con una lavorazione a sbalzo, creazione di Franco Daverio: «Il primo gioiello-scultura di mio padre diventato riconoscimento delle nostre radici nel nome del brand» continua. Il papà era nato ad Erba e si era trasferito a Bergamo per amore. «Ho imparato da lui cosa significa preziosità, cosa vuole dire armonia, in una ricerca estetica maniacale».
Casa e bottega
Il laboratorio ai tempi era casa e bottega, alla Conca Fiorita, poi il primo spazio in via Sant’Alessandro nel 1984, un altro aperto nel 2001 in via Tasso dove ora lavorano Luca e Pablo. Dal 1996al 2004 l’apertura anche a Barcellona, mentre ora i mercati esteri iniziano a svilupparsi con rivenditori a Hong Kong, in Europa, mentre il mercato nazionale è il nuovo obiettivo.
«Non parlate con me di geometrie, ma di imprecisione delle forme, movimenti disordinati che creano stupore»
Luca Daverio parla e mostra il processo di creazione di un gioiello: dal disegno al progetto 3D, dal modello prima in resina a quello in cera fino al primo esemplare, alla gomma su cui mappare tutto quello che sarà il lavoro di incastonatura. Avanti e indietro da Valenza, l’arte orafa non si inventa, ed è fatta di lavoro, precisione, estro: «Io amo il gioco di forme e volumi, gli alti e bassi che si posso creare, amo le zigrinature sulla materia, le cesellature. Amo la pazienza che è parte di un processo: solo così i gioielli diventano scultura». Ispirazioni? «Dalla vita, da ciò che vede il mio spirito curioso, dalle emozioni. La mia collezione preferita resta sempre” Abbracci”: è del 2014 ed ero in uno dei periodi più bui. Nonostante questo è piena di amore». E poi Ricci: «Nasce dalla lavorazione di due zaffiri grezzi gialli: ho creato un paio di orecchini pendenti la cui applique ha preso la forma del riccio. Scompigliato, disomogeneo, assolutamente dinamico».
Un po’ come lui: «Non parlate con me di geometrie, ma di imprecisione delle forme, movimenti disordinati che creano stupore». Daverio guarda i gioielli e la ripete, quella frase che suo padre diceva sempre: «Non si può diventare artisti. Lo si è, semplicemente».
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