«Baby boom» in ospedale a Treviglio: 12 nati in 24 ore
TREVIGLIO. Otto bimbe e quattro maschietti: un record nella storia recente della struttura. La media 2025 era stata di poco più di due parti al giorno. «Sembrava di essere tornati a vent’anni fa». Gagliardo: «Lavoro di squadra».
Lettura 2 min.Il primo vagito è arrivato all’una di notte. Poi, in una sequenza che ha ricordato le corsie piene di vent’anni fa, la sala parto non si è più fermata: dodici nascite concentrate nelle ventiquattr’ore di mercoledì, otto bambine e quattro bambini, segnando un record nella storia recente dell’ospedale di Treviglio Caravaggio.
«Non avremmo mai immaginato di arrivare a dodici parti in un giorno», racconta Maria Elena Brambilla, ginecologa e responsabile della Sala Parto. Un ritmo d’altri tempi: «Sembrava di essere tornati a vent’anni fa, quando a Treviglio nascevano 1.800 bambini all’anno». Oggi il quadro è mutato, 881 nuovi nati nel 2025, poco più di due al giorno, un elemento che evidenzia ancor più la singolarità di questa concentrazione e manda in archivio il precedente primato dell’ospedale, gli undici parti registrati lo scorso 28 giugno.
Otto bambine e quattro bambini hanno scandito la maratona: Meher, Nicolò, Islam, Alberto, Mehtab, Bayan, Sofia, Eleen, Maria Silvia, Nea, Dayana e Tiffany. Fortunatamente, nessuna delle nascite ha richiesto interventi d’urgenza. «Sono stati parti fisiologici, senza necessità di medicalizzare», sottolinea Brambilla, che spiega il picco con «una commistione di casualità ed eventi previsti, come i tre cesarei programmati», capitati proprio in quelle ore di afflusso imprevisto. A reggere il carico è stato il metodo: ogni donna ha avuto un’assistenza ostetrica «one to one», con un’ostetrica dedicata dall’inizio alla fine. «È importante perché la donna capisca cosa sta succedendo, gestisca meglio le emozioni. È una delle chiavi che contribuiscono ad avere un buon parto», dice la responsabile. L’unica cosa rimasta indietro, quella notte, è stata la burocrazia: «Prima le donne», rivendica sorridendo Brambilla.
«La gioia per le dodici nuove vite»
Anche fuori dalle sale, il viavai era insolito: padri che facevano la spola tra le stanze del travaglio e il distributore del caffè, improvvisato punto d’incontro per allentare la tensione. Tutti hanno voluto assistere alla nascita. Oggi, secondo quanto riferisce l’ospedale, sono ormai pochissimi i papà che scelgono di non entrare in sala parto. «Di fronte a giornate simili la prima reazione è la gioia per le dodici nuove vite», osserva la commissaria straordinaria dell’Asst Bergamo Ovest, Rosetta Gagliardo, evidenziando poi «il lavoro di squadra che ha impegnato all’unisono ostetriche, ginecologi, operatori sociosanitari, neonatologi e anestesisti». Ora le mamme, tiene a ricordare Gagliardo, «riceveranno in reparto tutte le informazioni utili sui servizi e le attività territoriali a cui potranno accedere nel post partum, grazie al “percorso ospedale - territorio” che unisce la sala parto con la rete dei consultori familiari».
A raccontare la nottata dall’interno è Juanita Bertelli, ostetrica di turno. «Era da poco passata mezzanotte quando il campanello ha iniziato a suonare e ci sembrava non si fermasse mai. Abbiamo visto arrivare una mamma dopo l’altra, tutte a termine della gravidanza». Nel suo solo turno, fino alle 7 del mattino, si sono contate cinque nascite. In corsia, le ostetriche e un operatore sociosanitario, poi il medico ginecologo di guardia, l’équipe del nido, l’anestesista pronto per le epidurali e per i cesarei. Un ingranaggio che ha retto senza cedere.
Ogni parto, prosegue Bertelli, «anche per noi porta con sé un alto tasso di adrenalina, seguito poi da ormoni buoni. Diciamo che un turno così denso ha scombussolato un po’ questa alternanza». Non ci sono stati parti difficili, aggiunge, «ma ci sono state attese più lunghe, parti più veloci di mamme pluripare, nascite che hanno richiesto pazienza». Bertelli è ostetrica a Treviglio dal 2005, e anche dopo 20 anni assicura che «ogni parto è tuttora un’emozione. Mi viene la pelle d’oca anche adesso, solo a raccontarli».
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