Giulia, guida alpina: «Il lavoro
che ho sempre sognato»

SOVERE. Sono quattro le donne nel collegio guide alpine della Lombardia. Dalla Presolana alle vette del Nepal: «Una maestra? Mia sorella, in carrozzina dalla nascita».

Le guide alpine in Italia sono un migliaio, le donne una ventina, quattro quelle del collegio della Lombardia: la bergamasca Nadia Tiraboschi, la valtellinese Renata Rossi (prima in Italia), la milanese Valentina Casellato.Poi c’è Giulia Venturelli, che riesce a tenere insieme la Capitale della cultura italiana 2023: nata e cresciuta a Brescia, per la precisione Gussago, ha scelto di abitare a Sovere per essere a metà strada delle montagne dove lavora più spesso, la Presolana e l’Adamello insieme a quelli che lei chiama «ospiti» e non «clienti». «Con alcuni di loro – racconta – si instaura anche un rapporto di amicizia, perché tornano spesso da me, ma per come ho impostato il mio lavoro è soprattutto un’occasione per vedere i loro progressi: mi chiamano quando vogliono effettuare un’escursione particolare e mi raccontano tutto quello che hanno fatto dall’ultima volta che ci siamo visti».

Dalla Patagonia al Nepal

Giulia Venturelli ha 34 anni. Ha esplorato tutte le Alpi, ma anche la Patagonia da cui è appena tornata, le montagne del Nepal, quelle degli Stati Uniti: «Il sogno è di riuscire a scalare le Torri di Trango in Pakistan», dove la porta una passione più forte anche di una laurea in Scienze sociali. «L’ho presa nel 2013, ma già dal primo anno sentivo che l’unico lavoro che sognavo era la possibilità di stare all’aperto: così nel 2014 ho provato le selezioni per diventare guida alpina e sono stata ammessa al corso, fino a ottenere il titolo di guida alpina nel 2016». Da allora c’è stato di mezzo il Covid, che per molti ha segnato uno spartiacque per la frequentazione della montagna, letteralmente esplosa negli ultimi tre anni: «Sicuramente oggi sui sentieri e nei rifugi si incontra molta più gente che in passato e, inevitabilmente, aumentando il numero dei frequentatori della montagna aumenta anche il numero degli incidenti. Tuttavia mi accorgo che oggi manca la cultura in senso lato: me ne accorgo quando in rifugio le persone non sparecchiano il loro tavolo, me ne accorgo quando gli escursionisti partono al mattino con il loro zaino e, essendoci il sole, vorrebbero lasciare gli indumenti pesanti in auto».

La passione

La passione per la montagna gliel’ha trasmessa papà Fausto: con lui e la mamma Betty, insieme ai cugini, le gite della domenica diventavano il primo passo verso il divertimento e il senso di libertà che la conquista di una vetta sa regalare; oggi nella casa di Giulia Venturelli a Piazza di Sovere un paio di scarpette per l’arrampicata è attaccato al calorifero, su una grande parte c’è una grande fotografia che le hanno scattato mentre scalava una vertiginosa parete nel parco dello Zion, al balcone le bandierine nepalesi ondeggiano. Per non far torto alle alpiniste italiane, racconta che i suoi riferimenti sono l’americana Lynn Hill e la francese Catherine Destivelle, ma nella sua vita c’è un’altra donna che Giulia ritiene una «maestra di vita»: «È la mia sorella Anita, che è in carrozzina dalla nascita, ma che è più forte di me e dell’altra nostra sorella Lucia, che lavora per l’Apt della Val Gardena e di Madonna di Campiglio. Ci ha insegnato, pur senza parlare ma sorridendo sempre, a non mollare mai».Grazie a questa forza, nel curriculum di Giulia Venturelli sono finite le grandi pareti nord delle Alpi, Cervino, Eiger e Grandes Jorasses; «Ma io – conclude – quando vado in Presolana o sull’Adamello, sento che non mi manca proprio niente».

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