Gleno, parole e lacrime della tragedia

IL RICORDO. Nelle cronache del 1923 degli inviati de L’Eco di Bergamo le testimonianze dei superstiti del disastro.

Non esistono più testimoni diretti della tragedia del Gleno, cent’anni dopo. Esistono i ricordi dei racconti di chi c’era. Le cronache de L’Eco di Bergamo del 1923, però, riportano direttamente alla disperazione di quei giorni. Le corrispondenze che il giornale pubblicò dalla Val di Scalve trasudano disperazione, sgomento, condivisione del dolore. Ne riportiamo alcuni stralci, originali. Laddove possibile, riportiamo le firme dei cronisti dell’epoca. Il giornale era diretto da don Clienze Bortolotti.

Il disastro del Gleno

Le foto d’epoca della costruzione e dei danni provocati dal crollo della diga.

3 DICEMBRE 1923

«Un fiore tra le lagrime»

(S.) «L’ondata tremenda di distruzione che è passata su paesi e contrade, pesa come un incubo sopra tutti, sopra ciascuno di noi. La penna ci trema fra mano e segna a stento le sue linee, intingendosi nel calice amarissimo di una desolazione che non ha confronto. Della vallata di Dezzo - così bella nel suo orrido, così industre nell’operosità dei suoi gagliardi montanari - della vallata di Dezzo che cosa rimane? (...) Vorremmo dire: un cumulo di macerie, se la furia tremenda del mostro devastatore non avesse spazzato via le rovine stesse, prima ancora che tempo gli fosse concesso per accumularle. (...) Il sole, ieri, dopo le giornate grigie di pioggia instancabile, il sole è riapparso. Ovunque arriva il suo raggio, rechi il sole l’anima angosciata di Bergamo e l’angelo del dolore dica a tutti i fratelli italiani che noi avremo portato con generosità il peso immane della sventura che ci ha colpito, se sui campi macabri della rovina - irrorato dalle nostre lagrime - ci sarà dato di veder spuntare il fiore della solidarietà che soccorre, dell’amore che feconda, della fratellanza che allieta».

«Impossibile dire e dormire»

(Pesenti Gio. Battista) «Per quanto i giornali faranno e diranno, non riusciranno mai a dare anche solo una pallida idea ai loro lettori dell’enormità del disastro che ha colpito per prima la nostra Valle di Scalve. (...) Case, centrali elettriche, enormi macchinarii del peso di parecchie centinaia di quintali si sono inabissati, si sono come polverizzati.

Sono precipitati con uomini e case; sono stati travolti con blocchi enormi di macigni che sembrano mezze montagne; sono scesi rimbalzando da una sponda all’altra del Dezzo per un tratto d’una quindicina di chilometri; hanno sfondato la gola di Corna e, sboccando sulla piana dell’Oglio già ricca di sonanti officine, vi hanno portato immense rovine e desolazioni.

Io, che pur sono un giornalista con parecchi anni sulla groppa e che di disgrazie e di disastri, per ragioni professionali, ne ho pur visto e descritti parecchi, mai ho visto né udito altra cosa simile.

Il disastro del Gleno nelle pagine de L’Eco di Bergamo

Le prime pagine del giornale, le foto d’epoca che hanno testimoniato il disastro di cent’anni fa e una pagina in ricordo dei 50 anni del crollo.

Giunto ieri sera con l’automobile a Clusone, sono stato letteralmente aggredito dalla popolazione ansiosa di particolari e che mi ha costretto a sostare in luogo, perché in Val di Scalve non avrei potuto trovare né da cenare né da dormire. (...)

Impossibile dormire, vedevo ancora gli occhi sbarrati di quel ragazzo che sul margine della strada tendeva tuttavia le braccia, protese in uno sforzo supremo di resistenza all’onda travolgente».

«Dezzo non è più»

«Non so donde cominciare. (...) Dove già fu Dezzo di Colere oggi non vi è che una sporgenza, un costone di roccia nuda, lucida. Se non me lo avessero detto, non mi sarei mai immaginato che ancora ieri mattina sorgesse colà un paese. Non si sono salvate - danneggiate però anche quelle - che una o due case. (...) La popolazione di Dezzo di Azzone si è salvata a stento, fuggendo su per la montagna, l’acqua arrivava ai primi piani delle case».

A Bueggio, dopo la messa

«Più su, a Bueggio, quando è avvenuto il disastro la popolazione stava uscendo di chiesa dov’era stata per la messa.

Una enorme ondata ha investito l’ultimo della comitiva, c’era il parroco don Rota, lanciandolo contro un albero e riducendolo quasi in fin di vita. La chiesa è stata spazzata via con il campanile. Una famiglia di 7 persone è scomparsa».

«Come un castello di carta»

«Mi ha raccontato Francesco Bendotti, a Dezzo: “Erano le 7.10, io mi trovava fuori dalla porta ed ero intento a spaccar legna, quando mi venne incontro una mia cognata dicendomi meravigliata: “ma guarda che fumo!”.

Alzando il capo vidi che il fumo era acqua: una montagna enorme, spaventosa d’acqua. Non ho fatto nemmeno in tempo a dare l’allarme a mia moglie e alla mia bambina. Pazzo, sono fuggito con le acque che incalzavano; sono fuggito su per il monte insieme alla cognata e vi ho trovato il ventiduenne Franceschelli, ch’era uscito a caccia e che pertanto si è pure salvato, unico della sua famiglia. Da lassù abbiamo visto il paese scomparire come un castello di carta». (...)

A Dezzo, la signorina maestra Bice Santi mi raccontava oggi, con le lagrime agli occhi, che dei suoi sessanta alunni non ne sono rimasti che una ventina: e anche quei pochi, quasi tutti orfani. Un ragazzo è stato rinvenuto morto sopra un albero». (...)

Alle 11, nel cortile davanti alle Scuole Comunali, è stato fatto l’appello della popolazione della Frazione Dezzo di Azzone, quella che in gran parte s’è ancora salvata. Su 240 abitanti (47 famiglie) hanno risposto all’appello 197. Ne sono mancanti 43».

4 DICEMBRE 1923

Re Vittorio Emanuele a Dezzo

(G. B. Pesenti) «S. M. Re Vittorio Emanuele è giunto al Dezzo verso le 14.30. (...) Il re scende rapido dalla automobile e si avvia subito sulla spianata aperta sull’angolo tra il Dezzo ed il Rino. Guarda una cartolina illustrata del Dezzo che fu e guarda quello che ne rimane. Il luogo non si riconosce più. E’ una desolazione». (...) «Poi ritorna sui suoi passi, e riattraversa il poverissimo paese. Le squadre fasciste salutano romanamente; qualcuna lancia un semplice saluto, ma il Re fa subito cenno di tacere: non si applaude sopra il campo d’un disastro, alla presenza dei superstiti che hanno la morte in cuore. Ed il corteo ripassa silenzioso».

La ricerca dei cadaveri

«Ed intanto, si continuano a pescare i cadaveri. Stamane, a Dezzo d’Azzone, è stata estratta dalla sabbia una povera bambina di sei o sette anni, ancora tutta rosea e quasi sorridente; a mezzogiorno è stato rintracciato nel Rino quello di un ragazzo. Altri tre cadaveri sono stati scoperti tra le macerie della casa Franceschetti in Dezzo».

Gli aiuti necessari

«Sono state prese disposizioni perché da domani venga impiantato un magazzeno-viveri al Dezzo e che un altro sorga a Vilminore. Duecento quintali di viveri saranno qui domani stesso. Ma sarebbe opportuno che qualcuno pensasse subito anche agli indumenti, perché vi sono delle famiglie che ne sono rimaste completamente prive e se ancora ne hanno sono ridotti in stato inservibile. Perciò bisogna dare subito. Ci sono dei poveri bambini rimasti orfani, che vivono della pietà dei buoni. Le autorità locali e specialmente il Clero - che, bisogna proclamarlo ben alto, è stato ammirabile, meraviglioso, a lui specialmente essendo dovuto se nel momento più tragico del cataclisma il popolo non disperò e se in questi altri giorni va risollevandosi moralmente - fanno tutto quello che possono, ma non possono arrivare dappertutto».

La visita alla diga

«Ho fatto visita oggi anche allo sbarramento di Gleno. (...) Tutta quanta la diga è crollata, non sono rimasti che i due tronconi di destra e di sinistra, appoggiati alle pareti rocciose. Per la spaccatura aperta il torrente Povo ha ritrovato il suo vecchio e secolare letto».

La tragedia di una superstite

«Insieme al Parroco don Rota è stata oggi trasportata all’Ospedale di Bergamo anche la povera Fiorina Piantoni di Vilminore c’hè stata trovata dopo 36 ore ferita, ma ancora viva, in una stalla. La poveretta è l’unica superstite della sua famiglia: il marito è perito lungo la via Mala, dove si trovava al momento del cataclisma; i figliuoli sono stati travolti con lei nell’acqua. Racconta la poveretta - che sembra veramente la statua del Dolore - racconta che quando s’accorse dell’acqua che la travolgeva, ha tentato di salvare i bambini. E se li è sentiti, dapprima, intorno: nel buio, palpeggiando, li ha toccati tutti, l’uno dopo l’altro. Ma poco dopo l’uno è scomparso, l’altro non lo ha sentito più. Quando le parve che anche il più piccino stesse per sfuggirle, disperata, lo ha afferrato per i capelli. E neanche questo l’è valso a salvare l’ultima sua creatura. Poi svenne e fu portata alla ventura là dove poi veniva ritrovata».

La prima inchiesta

«Ieri sera il giudice istruttore di Bergamo avv. cav. Pace faceva richiesta all’Ufficio di Istruzione della Procura di Milano di un ingegnere idraulico onde affidargli il compito di studiare le cause della rottura della diga. Il Consigliere istruttore commendator Montanari provvide inviando sul posto un insegnante di ingegneria del Politecnico». (...) Risulterebbe che da oltre due settimane era stato inoltrato un reclamo che accennava chiaramente alla poca garanzia di consistenza della diga. Richiesto in proposito il Ministro Carnazza, dopo un attimo di perplessità ha dichiarato che la cosa era esatta, nonostante che tale reclamo non fosse stato formalmente inoltrato.

Ma più esplicitamente il Ministro si è espresso quando, essendosi insistito per avere le sue impressioni sulla entità del disastro, ha soggiunto: «Tanto più dolorosa e profonda è la mia impressione in quanto, secondo la mia convinzione personale, ritengo che effettivamente vi siano delle responsabilità da appurare e da colpire».

5 DICEMBRE 1923

Il fiume largo cento metri

(a. r. p.) (...) «Lascio il desolato paese di Dezzo e mi incammino lungo il letto sconvolto del torrente omonimo, rifacendo a ritroso la via percorsa dalla precipite e spaventosa valanga d’acqua. Il valloncello della larghezza di pochi metri è ora trasformato in un selvaggio vallone largo in certi punti oltre cento metri, tutto cosparso di detriti, di massi e di fango».

Conversando col guardiano

«Alla diga ho incontrato il guardiano Morzenti Francesco da Teveno. Egli fu atterrito testimone della rottura della grande diga e per miracolo non fu la prima vittima del disastro. Verso le ore 7, mi racconta il pover’uomo che non si è ancora rimesso dallo spavento, egli aveva ricevuto una telefonata dalla centrale di Bueggio: il direttore sig. Piccoli gli dava ordine di regolare l’afflusso delle acque, per mettere in azione le macchine. A questo scopo il Morzenti era sceso ai piedi degli sbarramenti: dalle gigantesche arcate della diga gocciolava l’acqua, che formava delle pozze tra un pilone e l’altro. Ad un tratto egli udì un “cium”: dall’alto una pietra era caduta in una pozza d’acqua. Strano, pensò il guardiano, che ci sia qualcuno sulla cima del muraglione? Dopo pochi attimi un secondo masso si staccò dall’alto della diga e precipitò in una pozza. Il Morzenti, sorpreso, guardò in su e vide che si era aperta una fenditura in una delle arcate centrali, dalla quale l’acqua cominciava a gorgogliare. Intuì il pericolo e si lanciò con una corsa folle e disperata sopra un lato della valle, mentre intravedeva che uno dei piloni di centro cedeva ruinando alla enorme pressione delle acque del bacino, trascinando con sé quasi tutta la diga. I piloni e le arcate, legati tra loro da una salda armatura di ferro, quando cedevano trascinati da quel primo pilone in ruina, diedero al guardiano l’impressione “come dell’aprirsi di un libro”. L’ingente massa di acque contenuta nel bacino si riversò in pochi attimi lungo la valle del Povo come una gigantesca valanga. Il Morzenti, abbattutosi al suolo quasi privo di sensi, ebbe conforto e aiuto dagli operai addetti al bacino».

Il campanile di Bueggio

«Del trentottenne Duci Pietro si racconta che, subito dopo la Messa, fosse salito sul campanile per regolare il congegno dell’orologio; e s’inabissò colla torre che, prima ancora di essere investita dalla montagna di acqua, fu spazzata via dallo spostamento di aria».

Alla ricerca dei cadaveri

(...) Sto osservando l’opera di scavo che compiono i militari dalla parte di Dezzo. Osservo stando sopra un cumulo di macerie che servono di scala alla casa parrocchiale che si erge sopra un funebre massiccio, alto a vegliare il cumulo delle morte cose, osservo alla sponda opposta e vedo soldati intenti a caricare sopra un camion casse da morto, povere, rudimentali casse da morto, approntate da falegnami improvvisati perché la necessità urge e non ha legge».

6 DICEMBRE 1923

Il fornaio superstite

(g. b. p.) Alcuni nuovi particolari tragici, quanto mai impressionanti ho potuto poi oggi avere dall’operaio Angelo Caccia di Bergamo, che si trovava qui a lavorare nel molino del sig. Pietro Ronchi e che, miracolosamente salvo, subito dopo passato il ciclone fu tra i primi a prestare opera di soccorso. Il Caccia, la mattina di sabato, insieme all’operaio impastatore Michele Magoni, era seduto presso il trasformatore della corrente elettrica, quando questo gli ha dato una scossa tale che lo ha fatto saltare per aria unitamente al suo compagno. Quasi contemporaneamente ha sentito come un muggito. Ha cacciato la testa fuori da una finestra ed ha visto un’enorme fiumana precipitare lungo il Dezzo. Il trasformatore aveva preso fuoco.

“Così come mi trovavo - ha raccontato il Caccia - a piedi scalzi, sono balzato da una finestra sulla strada per Corna, mi sono arrampicato su per la montagna per il tratto di una ventina di metri, mi sono afferrato alla cancellata di una cappelletta sulla strada per la Presolana e lì sono rimasto appeso con le braccia recitando Ave Maria e Requiem, sino a che dietro a me non è passata mugghiando orribilmente la immensa, spaventevole valanga di acqua, massi e travi, che tutto copriva per quanto la Valle era larga. La cappelletta tremava; io tremavo più della cappelletta. Ma l’istinto della conservazione era forte in me. E non ho abbandonato l’inferriata e sono rimasto salvo”. E il vostro compagno?, ho chiesto. “Il mio compagno - ha risposto con le lagrime agli occhi il Caccia - il mio compagno, ch’era vecchio di 62 anni, è stato travolto insieme al Molino. (...) Passata la corrente devastatrice, ancora tutto tremante, mi sono lasciato cadere a terra. Intorno tutta la Valle aveva cambiato faccia. Era irriconoscibile. Il paese era scomparso”».

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