«Io e Roby Piantoni, la salita sull’Everest e quel legame unico»
IL RICORDO. Marco Astori, che oggi è presidente lombardo del Soccorso alpino, racconta il grande amico scomparso e la scalata di vent’anni fa: «Lui la fece senza ossigeno».
Lettura 1 min.«Come diceva sempre Roby nelle serate in cui andavamo in giro a raccontare il nostro Everest, lui aveva lanciato l’amo e l’unico pesce che aveva abboccato ero stato io». C’è un pizzico di orgoglio misto alla commozione del ricordo di un amico speciale che non c’è più nelle parole con cui Marco Astori, oggi presidente del Corpo nazionale del Soccorso alpino e speleologico della Lombardia, ricorda la salita all’Everest di vent’anni fa condivisa con Roby Piantoni.
L’impresa
Era il 26 maggio del 2006 quando i due – Piantoni originario di Colere e Astori di Dossena – arrivarono sulla vetta del tetto del mondo per un’impresa resa ancor più grande dal fatto che Roby sia salito a 8.848 metri senza ossigeno. «Nei due anni precedenti eravamo andati insieme al Manaslu, dove non eravamo riusciti a raggiungere la cima per il brutto tempo, e al Broad Peak, dove eravamo insieme anche a Mario Merelli e a Denis Urubko. Eravamo molto uniti: aver fatto l’Everest insieme solo noi due ci ha unito ancora di più».
Sono arrivati in Nepal in primavera, nel periodo pre-monsonico. «Era un periodo di grande caos a livello politico – ricorda Marco, oggi quarantacinquenne –. C’erano diverse rivolte, era stato introdotto il coprifuoco e abbiamo dovuto attendere per alcuni giorni a Kathmandu prima di poterci muovere verso Nord e uscire dal Nepal per entrare in Tibet». Dal campo base basso a 5.200 metri, raggiunto con i mezzi, inizia il lungo acclimatamento, periodo in cui Roby e Marco si sono regalati anche alcune altre salite minori. «La partenza ufficiale della spedizione è stata dal campo base avanzato, a 6.400 metri, dove abbiamo portato anche una stazione meteo dell’Università di Firenze, che è diventata la stazione meteo più elevata al mondo. Siamo poi saliti montando i nostri campi».
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