Disturbi alimentari, aiutare raccontando

LA STORIA. Il racconto di Francesca Finazzi e la collaborazione con l’associazione Animenta.

Francesca Finazzi, 26enne di Bergamo, studia, lavora, scrive e soprattutto racconta. Racconta una storia che non è solo la sua, ma quella di moltissime persone che convivono con un disturbo del comportamento alimentare. E che, troppo spesso, lo fanno in silenzio. Il suo incontro con il volontariato nasce da un’esperienza personale profonda, dolorosa. Nel 2021 viene ricoverata per anoressia nervosa. È allora che, parlando con altre ragazze e cercando autonomamente punti di riferimento, entra in contatto con Animenta, un’organizzazione non-profit che si occupa di disturbi alimentari nella loro complessità, con base a Roma ma impegnata a livello nazionale e internazionale.

Per la prima volta, si imbatte in una comunicazione chiara, consapevole e accessibile sul tema: «Mi sono ammalata dieci anni fa - rivela -, e quando ho iniziato a stare male non c’era nessun sostegno tra pari, nessuno spazio che andasse oltre il medico e lo psicologo». Da

«Si parla sempre della persona che sta male - spiega - ma quasi mai di chi le sta accanto». Oltre alla scrittura, c’è anche l’esperienza nelle scuole

questa mancanza nasce il desiderio, una volta che si rimette, di rendersi utile: «Non tanto per fare qualcosa, ma per esserci - racconta -. Per dire a qualcun altro: non sei solo». Finazzi diventa volontaria scrivendo articoli e post divulgativi, condivisi sui social e sul sito dell’organizzazione. Spesso scrive della famiglia e del contesto che circonda chi soffre di un disturbo alimentare: «Si parla sempre della persona che sta male - spiega - ma quasi mai di chi le sta accanto». Oltre alla scrittura, c’è anche l’esperienza nelle scuole. Alcuni volontari di Animenta incontrano gli studenti, raccontano cosa sono i disturbi alimentari, come riconoscerli e soprattutto come chiedere aiuto. Non lezioni teoriche, ma testimonianze vere. «Alla fine degli appuntamenti - dice - diversi ragazzi venivano a farmi domande, a chiedere consigli, a cercare aiuto, magari per una sorella, un’amica».

Le informazioni sui social

Un bisogno enorme, che oggi è ancora più urgente. I social spesso amplificano informazioni scorrette, narrazioni fuorvianti: «La difficoltà più grande è capire a chi credere. Per questo è fondamentale avere fonti affidabili, che indirizzino verso percorsi di cura seri, che devono prevedere più figure come uno psicologo, uno psichiatra, un nutrizionista» afferma. Scrivere, per lei, è stato anche un modo per elaborare: «Ho pianto tantissimo. Ma mi è servito a buttare fuori quello che avevo dentro, a trasformarlo in parole. E farlo per altri mi ha aiutato». Oggi non scrive più per l’organizzazione, ma il desiderio di fare volontariato resta forte, anche perché «in Italia - continua - sono moltissime le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare. È qualcosa di profondissimo, che se non viene riconosciuto in tempo rischia di accompagnarti per tutta la vita».

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