Opera Bonomelli: «Adattare i servizi ai nuovi bisogni»

LA FONDAZIONE. Gli obiettivi del nuovo direttore Sergio Capitanio. Il cuore è il Nuovo Albergo Popolare. La ricerca di volontari portatori di competenze.

Accoglienza, assistenza ma soprattutto percorsi che mirano all’autonomia e alla ripresa di una vita dignitosa, il tutto a sistema con il territorio locale e gli altri enti: è in questa cornice che si muove quotidianamente la Fondazione Opera Bonomelli, da tempo impegnata nel contrasto alla grave emarginazione adulta.

A raccontarla è Sergio Capitanio, 46enne di Bergamo e dai primi di marzo direttore della storica realtà bergamasca, che ha preso il testimone «importante» di Giacomo Invernizzi: «Ha fatto – afferma - la storia di questi servizi e con una componente di pensiero sempre lungimirante e strategica. Non è un compito semplice per me, anche se la sua visione, e questo mi rassicura, è patrimonio dell’intera fondazione e di tutti quelli che sono impegnati al suo interno».

«Non ci fermiamo all’accoglienza e alla semplice assistenza – spiega Capitanio –. Non ci limitiamo a dare un pasto, un tetto e una doccia, ma lavoriamo per costruire percorsi evolutivi che accompagnino le persone verso l’autonomia e il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza».

Nata all’inizio del Novecento, Opera Bonomelli ha progressivamente consolidato il proprio ruolo fino a diventare un punto di riferimento per la presa in carico di persone in forte difficoltà. «Non ci fermiamo all’accoglienza e alla semplice assistenza – spiega Capitanio –. Non ci limitiamo a dare un pasto, un tetto e una doccia, ma lavoriamo per costruire percorsi evolutivi che accompagnino le persone verso l’autonomia e il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza».

Il cuore della Fondazione è il Nuovo Albergo Popolare in Malpensata, dove sono attive cinque comunità distinte: una di prima accoglienza, due sono accreditate con la Regione Lombardia per il trattamento delle dipendenze, le altre due sono dedicate al disagio psichico e generico. Il tutto è affiancato da 22 appartamenti distribuiti tra città e dintorni. Ci sono poi progetti legati al carcere e un orto biologico a Treviolo. Un sistema articolato che si muove in stretta connessione con enti pubblici, realtà ecclesiali, servizi sanitari e Terzo Settore.

Una risorsa preziosa

Accanto alla presenza di una sessantina di professionisti che lavorano nei vari ambiti e di due suore, un ruolo fondamentale è svolto dal volontariato. Oggi sono una trentina i volontari, impegnati in funzioni diverse all’interno delle strutture: «Per noi sono una risorsa preziosa - sottolinea - perché ci portano uno sguardo diverso e arricchiscono l’operato degli operatori. In modo particolare negli ultimi anni si è inserito un bel gruppetto di neo pensionati molto attivi». Proprio da questa esperienza nasce l’idea di ampliare la ricerca, ma anche di pensare al volontariato in un modo meno tradizionale: «Abbiamo aperto una ricerca generica ma per sondare le disponibilità. Non vogliamo solo individuare i bisogni da coprire, ma incontrare persone portatrici di competenze - dice -. Pensiamo, ad esempio, a chi ha maturato esperienze professionali in ambito contabile, educativo o artigianale. E abbia voglia di metterle a disposizione». Un approccio che apre anche alla possibilità di attivare laboratori espressivi e artistici per gli ospiti, ma che risponde pure a esigenze sempre più concrete: «La popolazione che accogliamo sta invecchiando e presenta fragilità importanti anche sul fronte della salute - osserva Capitanio -. Per questo vogliamo rafforzare il cosiddetto trasporto sociale. Ci piacerebbe fare un investimento andando a recuperare dei mezzi destinati solo ai volontari, adeguatamente poi formati per questa funzione».

Il profilo delle persone

Le trasformazioni riguardano anche il profilo delle persone accolte. Accanto a ospiti sempre più anziani, cresce la presenza di giovani con storie complesse alle spalle e difficili da intercettare. A questo si aggiungono un aumento della grave emarginazione femminile e un tema come quello dell’emergenza abitativa. La povertà estrema è oggi molto variegata: «Non esiste più una figura tipica - evidenzia Capitanio - ma situazioni molto diverse e stratificate. Questo ci chiede di adattare continuamente i servizi e di rafforzare il lavoro di sistema». Di fronte a bisogni sempre più complessi, la direzione è chiara: «Solo mettendo insieme competenze e strumenti – conclude - si può incidere davvero».

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