Virus a 91 anni ma lei è più forte La poetessa: sono guarita
Anna Rudelli

Virus a 91 anni ma lei è più forte
La poetessa: sono guarita

Per un soffio la Val Cavallina non ha perso la sua voce. Poco alla volta, la malattia è stata sopraffatta. Tra i tanti lutti che ha seminato, il Covid-19 non è riuscito a piegare la poetessa Anna Rudelli di Casazza, Cavaliere della Repubblica e membro del Ducato di Piazza Pontida, che il prossimo 13 luglio compirà 92 anni.

Il dottor Luca Pedrali, guardiano della sua salute nelle ultime settimane, l’ha visitata pochi giorni fa e l’ha trovata benissimo, guarita. Il respiro affannoso è passato, così come la febbre, le bombole d’ossigeno non sono più necessarie.

«Il primo segnale di miglioramento – racconta la figlia Carmen Zambetti, che è assessore a Casazza del Patrimonio culturale, Turismo e Politiche giovanili – l’abbiamo visto quando ha chiesto la penna per scrivere dei biglietti di condoglianze». Per diverse settimane le figlie Carmen e Silvia hanno vegliato su di lei, vedova del marito Renzo, orologiaio, dal 2004. In fretta, il dubbio di cosa si trattasse ha lasciato spazio a una ragionevole certezza, in mancanza di un tampone, che non è mai arrivato a casa Zambetti, dove Anna è sempre rimasta, data la condizione di drammatico sovraffollamento che si viveva in quel momento nelle strutture sanitarie. «Ero con le mie due ancelle – racconta la poetessa, che ha cantato in raccolte di poesie dialettali le bellezze della Val Cavallina –. Mi sono trovata di fronte alla catastrofe, a uno tsunami. Ho visto mancare intorno a me persone care, amici, compaesani». In questi giorni, ripensando a quanto era successo, ha voluto scrivere dei versi dedicati alla primavera: «Se noi osiamo chiedere / dicci cos’è successo / lei non ci vuol rispondere / è tutto un po’ complesso». I momenti più bui, intende, le sono scorsi davanti come un enigma, qualcosa con cui poi si dovrà fare i conti «in interiore».

«Una sera la stavamo salutando», rivela Carmen. «Pensavo a fare testamento – aggiunge Anna – e mi dicevo: sono morta, come si fa a morire?». Ma, «la primavera è esplosa» e ha voluto «stupire ancora», proprio come era accaduto cinque anni prima, quando la poetessa si era trovata in pericolo, anche quella volta per una polmonite, complicanza di un’infezione a una vertebra. Evidentemente, la scorza dell’artista è di quelle dure, se pure è avvolta dall’aspetto fragile e sereno di una signora dai capelli bianchi, una di quelle che in russo sono dette «soffioni di Dio». Presto tornerà a scrivere in versi, l’ha promesso al dottor Gianluca Patelli, primario casazzese di radiologia al Bolognini di Seriate: l’accordo era che se fosse guarita, avrebbe dedicato una poesia ai medici dell’ospedale, per i quali la lotta con la malattia non è ancora conclusa.


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