Dopo la laurea, un supermercato
Ora Daniele racconta la tigre indiana

di Sara Agostinelli

Daniele Pagani, 28 anni, originario di Città Alta, aveva un sogno: raccontare il mondo dalle pagine di un giornale. Dopo diverse porte chiuse non si è arreso e ha trovato un pubblico di un milione di lettori, in India.

Dopo la laurea, un supermercato Ora Daniele racconta la tigre indiana
Daniele Pagani

Una laurea in Storia contemporanea, con tanto di lode, per poi finire a fare l’addetto al riordino scaffali in un supermercato a Siena poco distante dalla facoltà in cui aveva studiato. Peccato che il sogno di Daniele fosse quello di raccontare il mondo dalle pagine di un giornale. Un sogno che in Italia ha trovato tante porte chiuse, molti no, o molte richieste di scrivere gratis. Ma Daniele non si è arreso e alla fine ha trovato un pubblico di un milione di lettori. Dove? A New Delhi, la capitale dell’India grazie alla sua conoscenza dell’inglese e della cultura asiatica. Resta ancora un sassolino nella scarpa: quello in futuro di poter scrivere di vicende indiane sui giornali del Belpaese come scrive di vicende europee per il quotidiano «The Hindu», il terzo più letto a livello nazionale, ma anche per «Indian Express» e il settimanale «Tehelka».

La laurea in Storia

«Non credo che tornerò in Italia, lì le mie competenze sono sottovalutate: non ci sono spazi né sbocchi professionali possibili». Daniele Pagani, 28 anni, originario di Città Alta, è partito per New Delhi nel gennaio scorso. Lì, ora, lavora come giornalista freelance. E di questo lavoro riesce a vivere. Cosa che in Italia è sempre più difficile.

«Dopo essermi diplomato al liceo scientifico «Mascheroni» in città, mi sono trasferito a Siena – racconta Daniele –, dove mi sono laureato con 110 e lode in Storia contemporanea all’Università. Una volta laureato ho cercato di proseguire la specializzazione con un dottorato, ma alla fine mi sono ritrovato a lavorare in un supermercato. Per fare ricerca in università qualche spazio c’era ma non retribuito, senza neppure un contributo spese: o accettavo un incarico senza borsa, cosa che non avevo la possibilità di fare non avendo una famiglia in grado di sostenermi, o dovevo cercarmi qualcosa d’altro. Sono finito alla Coop di Siena, la città dove mi sono laureato, e lì ho lavorato per due anni».

Ma non era quella la vita che voleva fare. «Ho deciso di non arrendermi all’idea che per un laureato in Storia non ci fosse alcuno sbocco professionale – spiega –. Non è possibile che ti laurei con il massimo dei voti e poi finisci a sistemare la frutta. È un lavoro dignitoso come tutti gli altri, ma non era quello che desideravo per il mio futuro». Così l’India, che fino a quel momento era stata solo una passione, si è trasformata in una nuova prospettiva di vita: «Ci ero stato in viaggio diverse volte. Non solo è un Paese che mi affascina ma, conoscendola, mi ero anche reso conto che l’idea di India che abbiamo in Italia è un po’ limitata, forse provinciale. Viene sempre presentata come un posto folkloristico, fatto di mucche, santoni e yoga. In realtà si tratta di un Paese enorme e articolato, in pieno sviluppo: ho sentito la necessità di raccontarlo».

La liquidazione alla Coop

Con i soldi della liquidazione, dopo essersi licenziato dal supermercato, Daniele ha deciso di trasferirsi a New Delhi insieme alla sua compagna. Senza nessun contatto particolare né una conoscenza dell’India granché approfondita. «Mi sono messo a studiare – spiega –, ho studiato la storia indiana e la sua economia. Per fortuna parlavo già bene inglese. Sono andato alla redazione di “The Hindu”, il terzo quotidiano nazionale, e ho chiesto di poter fare un tirocinio. Hanno accettato». Dopo tre mesi di lavoro gratuito nella redazione culturale del giornale, Daniele è diventato un collaboratore stabile. Ora scrive, in inglese, sulle questioni europee: politica, cultura, approfondimenti. «Vado dove c’è bisogno di un giornalista occidentale. Nelle ambasciate, ad esempio, si svolgono tanti eventi che meritano di essere seguiti. Recentemente ho scritto parecchio anche sulle elezioni europee, non solo per “The Hindu” ma anche per “Indian Express”, un altro grande quotidiano, e per “Tehelka”, un settimanale».

Il tirocinio a «The Hindu»

E fin qui tutto bene: Daniele propone i suoi articoli ai giornali indiani (testate che hanno milioni di lettori, “The Hindu” ad esempio vende quasi un milione e mezzo di copie ed è considerato il quotidiano più autorevole del Paese) e quasi sempre le sue proposte vengono accolte, e pagate in modo dignitoso. Lui, però, è partito con una doppia intenzione: raccontare l’Europa in India ma anche, e soprattutto, raccontare l’India in Italia. Ed ecco il tasto dolente. «È difficilissimo riuscire a pubblicare articoli sui giornali italiani – dice Daniele –, soprattutto se cerchi di andare oltre la cronaca. Se cerchi di fare approfondimenti e analisi per spiegare il secondo mercato del mondo l’interesse è scarsissimo. I giornali indiani sono molto più interessati al resto del pianeta di quanto non lo siano quelli italiani».

Qualche articolo, tra giornali e siti web, è riuscito a pubblicarlo. Ultimamente, ad esempio, ha raccontato le elezioni indiane, che hanno segnato un vero e proprio disastro per il partito del Congresso, legato alla dinastia Gandhi, e l’affermazione del controverso primo ministro Narendra Damodardas Modi.

Ma da raccontare ci sarebbe tanto di più. «L’India è un Paese ricchissimo di contraddizioni – afferma Daniele –. Per strada vedi passare le Rolls Royce vicino a persone che vivono in una povertà tale da essere vive per miracolo. Esistono i ricchissimi, un’ampia classe media ma anche un’enorme massa di poveri, ed è una miseria che si vede e che ogni giorno ti entra negli occhi e nel cuore. E poi ci sono il caos costante e l’inquinamento, è una sorta di delirio semi-organizzato. Gli indiani, però, sono accoglienti, aperti ed estremamente disponibili».

«Tornare? No, grazie»

L’idea di un ritorno in Italia, visto come gli stanno andando le cose, per Daniele è sempre più lontana. «Che cosa ci torno a fare? Qui vivo delle difficoltà ma trovo anche degli spazi. Quando gli indiani mi chiedono che cosa ho studiato e rispondo “Storia” reagiscono dimostrando sempre un grande rispetto. In Italia, quando va bene, ti ridono in faccia». Come dire: difficile tornare in un Paese dove la porta è sempre (o quasi) sbarrata.

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