Massimo, l’eco-pirata dei mari  «Vivo in nave per salvare la fauna ittica»
Massimo Bonadei, 33 anni, di Trescore, a bordo della «Sea Shepherd», la nave che difende la fauna ittica

Massimo, l’eco-pirata dei mari

«Vivo in nave per salvare la fauna ittica»

Massimo Bonadei, 33 anni, di Trescore Balneario,ora è viaggiatore «a tempo indeterminato». Unico italiano a bordo della nave di «Sea Shepherd». «Tornerò certamente in Italia per farmi una birra con gli amici, ma non per restare», dice Massimo Bonadei trentatreenne di Trescore Balneario che da circa un anno e mezzo viaggia in lungo e in largo per il mondo, grazie soprattutto a una piattaforma che gli permette di spostarsi lavorando. Il collegamento via Skype è traballante, ma l’audio è buono. «La connessione sulla nave non è un granché» spiega Massimo, o meglio Max

La nave in questione è quella di Sea Shepherd, organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1977 da Paul Watson, già membro di Greenpeace, che si occupa della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini, ufficialmente registrata negli Stati Uniti anche se gli «eco-pirati» di Sea Shepherd navigano battendo bandiera olandese.

Max compare sullo schermo indossando una maglia nera con il tipico teschio dell’organizzazione, all’interno di una piccola cabina. Manca poco a mezzogiorno in Italia, mentre sono quasi le undici di sera a Williamstown, sobborgo a circa quindici minuti da Melbourne, di fronte alla Tasmania, dove la nave su cui vive è ormeggiata. «Qua per Sea Shepherd è una casa sicura – spiega –: in questo piccolo porticciolo civile nell’hinterland di Melbourne c’è la loro sede australiana. È una bella zona, molto green». L’italiano è un po’ stentato ancora, Max spiega che ha passato la serata a parlare spagnolo ed è di fatto l’unico italiano attualmente a bordo: «Ci sono australiani, canadesi, il primo egiziano nella storia di Sea Shepherd, tedeschi e francesi».

Tra poco partirà per una missione di cui può dire poco, mentre dallo scorso novembre lui come tutto l’equipaggio è impegnato nei lavori di manutenzione e preparazione della nave. «Sono volontario di Sea Shepherd dal 2012 – racconta – ho avuto modo di partecipare a diverse operazioni a terra, ho lavorato sulle navi quando erano nei porti italiani, sono stato referente per la regione Lombardia per due anni coordinando 45 volontari sul territorio e ho avuto modo di conoscere gli equipaggi in prima persona. Poi, certo, ogni volontario di terra vuole arrivare a fare quello che fanno sulle navi. Per questo quando ero in Sud America li ho contattati e li ho raggiunti in Australia».

L’ammiraglia di Sea Shepherd, infatti, rappresenta solo l’ultimo tassello della lunga avventura per il mondo di Massimo Bonadei, partito alla volta dell’Alaska il 30 novembre 2016. A Trescore Balneario, dove viveva prima di intraprendere il suo viaggio le cose non andavano bene. Serie questioni lavorative, incombenze economiche e amministrative, hanno cominciato a far pesare molto la voglia di partire e così ha fatto, anche se in Alaska non c’è mai arrivato, innamorandosi nel frattempo dell’idea stessa di viaggio e scegliendo di raggiungere mete ed esperienze di vita sempre nuove. Costretto dalle domande a ripercorrere la sua avventura Max racconta: «Avevo conosciuto la piattaforma Workaway che ti permette con un abbonamento di 22 dollari all’anno di entrare nel suo database e registrarti sia come hostel, offrendo un’attività, che come volontario, mettendoti a disposizione per lavorare. Tendenzialmente chiedono quattro o cinque ore di lavoro al giorno, sabato e domenica esclusi, in cambio di vitto, alloggio e a volte un piccolo rimborso. Qualcuno ti dà magari cinque dollari al giorno, ma non di più perché nulla deve essere fiscalizzato per la questione dei visti. In Costa Rica per esempio è pieno di queste realtà di sharing economy e di conseguenza il flusso di viaggiatori è molto alto. Tutte le specifiche tecniche sono sulla loro pagina, tu devi solo dare la disponibilità e aspettare che ti contattino». In questo modo si può viaggiare facendo il barman, lavorando in ostello come manutentore, addetto alle pulizie o alla reception, oppure assoldato da piccole realtà imprenditoriali che molto spesso sono state aperte proprio da ex viaggiatori.

«Inizialmente il mio itinerario era pensato su mete ben specifiche, basate sulla mia volontà – continua Max – ma quando sei in giro così in questo modo tutto cambia di settimana in settimana». E così è stato, un ritardo nella consegna del passaporto gli fa perdere l’occasione di lavoro in Alaska, per cui il giovane bergamasco atterra a New York senza sapere dove andare e cosa fare. Grazie alla funzione «last minute» della piattaforma Workaway riesce a concludere uno scambio lavoro-alloggio offerto da due ragazzi di Detroit, lui californiano, lei cinese, che stavano ristrutturando degli hostel e avevano bisogno di forza lavoro. «Volevo fermarmi un paio di settimane e ci sono rimasto tre mesi, perché c’era un gruppo fantastico con ragazzi dalla Russia e dalla Cina e ho deciso di passare lì le feste di Natale».

Dopo aver girato tutto il Nord America e aver fatto una breve tappa obbligata in Italia con un cambio di valigia, Max decide di ripartire per il Sud America. Panama, Venezuela, Colombia, Bahamas, cercando sempre di vivere l’endemicità del posto, senza far niente di «turistico» e cercando di entrare in contatto il più possibile con la gente del luogo. «Quando viaggi in questo modo ti devi preoccupare semplicemente delle questioni logistiche. La tua unica dead line sono i tre mesi del visto, per il resto sono partito da un Nord America dove tutto era più o meno caro e abbastanza occidentalizzato, per arrivare in un Sud America dove prendi solo pullman e dove i costi si abbattono completamente e in Workaway trovi sempre un posto». Ora l’italiano è decisamente più fluido e la voglia di spiegare le motivazioni di questa avventura in itinere più insistente: «Qualcuno mi dice che sono stato coraggioso ma io non mi sento così. Quello che faccio è davvero una sciocchezza, la cosa più normale che ci sia, bisogna solo capire cos’è il mondo e quanto tutto è facile. Ci hanno abituati a renderci la vita difficile, abbiamo paura di aprire la cassetta della posta e trovare qualcosa che possa rovinarci la giornata e capisco che una persona potrebbe insinuare “quando mai viaggiare è più sostenibile?”, ma è proprio così. Vivevo da solo con seicento, settecento euro di spese fisse fra macchina e affitto e niente era più sostenibile, per cui ho preso un aereo, la mia attrezzatura fotografica e sono partito. Il mio non è un sogno, le persone che contatto su Workaway rispondono ed esistono realmente».

Per quanto tempo resterà su quella nave, viene da chiedere? «Forse lo sa meglio lei (ride). Non ne ho idea. Voglio restare con Sea Shepherd il più a lungo possibile e ho fatto richiesta di un visto di dodici mesi qui in Australia».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.

© RIPRODUZIONE RISERVATA