Domenica 06 Aprile 2014

«Suo figlio non è portato per le lingue»

Ne parla 5, guida una multinazionale

Stefano Deleidi a Hong Kong

La sua prof di inglese, alle scuole medie, aveva scosso la testa rassegnata. Stefano non era proprio portato per le lingue straniere, aveva detto ai genitori al colloquio. Fu così che mamma e papà pensarono bene di spedire il figlio in Inghilterra per prendere qualche ripetizione estiva. Oggi Stefano Deleidi di anni ne ha 53, ha vissuto in 50 Paesi, fondato 11 società, e parla cinque lingue.

Vive ad Hong Kong ed è il direttore generale della Lu-Ve group in Asia, una multinazionale italiana (che ha sede a Uboldo, in provincia di Varese) e realizza prodotti per la refrigerazione commerciale e il condizionamento, un gruppo da 220 milioni di fatturato annuo e più di 1.300 addetti. Noi lo intercettiamo al telefono mentre si sposta tra Ningbo, Changshu e Hong Kong. Sono le 20 (ora locale) e si sta preparando per una cena con alcuni clienti in hotel.

Il gigante cinese non dorme mai?

«Direi di no. Qui si lavora in media 18 ore al giorno. Si parte la mattina con i contatti con l’Europa, s’incontrano clienti in tutta l’Asia, e si finisce la sera con le mail da inviare alla casa madre in Italia. È difficile spiegare a un europeo che cosa sta accadendo in Cina».

Ma non c’è la crisi anche lì?

«Siamo passati da una crescita del 12% all’anno a un più modesto 7%, se la vogliamo proprio chiamare crisi…».

Da quanto tempo vive in Asia?

«Da 12 anni e le assicuro che qui si vive un fervore pari a quello che forse hanno vissuto i nostri nonni in Europa nel dopoguerra. La classe media è in forte ascesa, in famiglia lavorano marito e moglie, i consumi sono fortissimi, i clienti sempre più esigenti. E stiamo parlando di un potenziale mercato di un miliardo e 350 milioni di persone».

Lei di che cosa si occupa?

«Dal 2010 sono direttore generale del mercato asiatico per la Lu-Ve, che è l’acronimo di «Lucky Venture» (un’impresa fortunata ndr), una multinazionale italiana che realizza prodotti per la refrigerazione commerciale e il condizionamento. Il gruppo ha impianti in tutto il mondo. Ci tengo a sottolineare che non abbiamo de-localizzato ma aperto nuove sedi per essere vicini ai nuovi mercati».

E chi sono i suoi clienti?

«Cinesi, ma non solo, tutto il mercato asiatico».

E come sono i cinesi?

«Non si fermano mai. Ero partito con l’idea di trovare un Paese povero di servizi ma con un forte senso sociale. Mi sono trovato in un Paese che ha delle infrastrutture all’avanguardia ma dove la gente è più capitalista dei capitalisti».

Se la sentisse Mao Tse Tung…

«Credo sia una reazione al socialismo: per lungo tempo i cinesi non hanno avuto niente di proprio, e ora sembrano desiderare in modo spasmodico di avere qualcosa di proprietà, una casa, un’auto, e tutto il resto».

Come le sembra Bergamo, vista da Hong Kong?

«Piccola, piccolissima, potrebbe essere un quartiere di Hong Kong, una megalopoli da sette milioni di abitanti, poco meno dell’intera Lombardia».

Le manca Bergamo?

«Non posso dire che mi manca, ma mi piacerebbe fare qualcosa per la mia città».

Quando è partito per la prima volta?

«Quando avevo 12 anni. La mia insegnante d’inglese diceva che non ero molto portato per le lingue. I miei genitori mi mandarono in Inghilterra per rinforzare la lingua. Non mi sono più fermato. Ho studiato all’istituto tecnico Vittorio Alfieri ma dopo il diploma sono volato negli Stati Uniti, a Cleveland nell’Ohio, ho studiato storia e scienze militari. Il mio sogno era l’esercito ma la burocrazia mi ha fermato».

Da lì alla Germania, poi la Francia, l’Italia. Ha lavorato per la Sony, la nostra Brembo e Sematic…

«Devo ringraziare la mia prof d’inglese».

E la vita privata?

«Be’, a Parigi ho conosciuto Carole, mia moglie, e abbiamo tre bimbe, Anna, nata a Bergamo, Elisa e Audrey (come l’attrice Hepburn), nate a Hong Kong».

E vivete a Hong Kong?

«Si, abbiamo molti amici che provengono da ogni parte del mondo. Conosciamo anche cinesi, ho imparato a mangiare con le bacchette, a capire ma non a parlare la lingua cinese. Mi auguro sempre che gli stranieri che vengono in Italia facciano lo stesso».

E che idea c’è in Cina degli italiani?

«Gli italiani vogliono sempre farsi amare quando vanno all’estero, ma io penso che debbano invece farsi rispettare».

E non si fanno rispettare?

«Penso che perdano molte opportunità perché sono chiusi in mille campanilismi e stanno sempre a lamentarsi di quello che non va».

Pensa che per il Made in Italy ci sia spazio in Cina?

«Certo, penso al settore metalmeccanico di precisione, alla moda e all’alimentare, ma anche al settore dell’edilizia. Le imprese italiane però devono mandare qui i loro manager migliori, non quelli in pensione o i neo laureati senza alcuna esperienza alle spalle».

Ma le piccole imprese o i professionisti come possono fare?

«Si devono mettere insieme e trovare i contatti, chi osa vince».

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Elena Catalfamo

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