Martedì 18 Maggio 2010

Impellizzeri, passione per la vita
e il bel mestieraccio da giornalista

Prima di tutto bisogna dire che Paolo Impellizzeri ha sempre fatto il giornalista con perfetta dignità. Schiena dritta, ben prima che questa formuletta diventasse di moda. E non è poco, in anni che vedono la professione talvolta mortificata, tra inventori di scandali e seppellitori di notizie non sempre adeguatamente puniti.

Paolo cominciò a elaborare la sua alta idea della professione alla fine degli Anni Sessanta, quando, dopo la maturità classica e l'iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza, avviò la collaborazione con il «Giornale di Bergamo», allora diretto da Alessandro Minardi. Pochi esami in Facoltà, perché in quegli anni, con una redazione minima, non più d'una dozzina di giornalisti, l'impegno per il giornale non concedeva respiro.

Quindi l'addio ai testi scolastici e tante ore davanti alla macchina per scrivere, per «rubare il mestiere», come gli piaceva ricordare, imparando dai giornalisti anziani. Qualche mese da cronista, giusto il tempo di dimostrare la confidenza con la scrittura, poi il passaggio alla redazione Interni ed Esteri. «Purtroppo hanno scoperto che ho il cervello quadrato», raccontava Paolo ricordando quegli anni lontani.

E per «cervello quadrato» intendeva l'equilibrio, necessario per districarsi nel notiziario politico ed economico, dote non comune in un giovanissimo. Mostrando la sua stagionata tessera professionale, che lo ritraeva ancora studente con pizzetto ed occhiali «da secchione», amava ricordare d'essere stato per alcuni mesi il giornalista più giovane d'Italia.

Al «Giornale di Bergamo» lavorò fino alla chiusura, nel 1980, con responsabilità nei più diversi campi, dagli Interni ed Esteri agli Spettacoli e alla Cultura. Estinta la testata di viale Vittorio Emanuele, partecipò con entusiasmo alla sfida lanciata da Aurelio Locati, storico caposervizio sportivo, per la nascita di un nuovo quotidiano, «Bergamo Oggi», sostenuto da un gruppo di imprenditori bergamaschi e bresciani e gestito da una cooperativa di giornalisti e tipografi.

L'avventura di «Bergamo Oggi» vide Paolo protagonista per meno di due anni e si concluse con il distacco di una fetta consistente della redazione e della tipografia che confluirono, sempre sotto la guida di Locati, in un nuovo quotidiano, «Il Giornale di Bergamo Oggi», con sede a pochi passi da Porta Nuova. Paolo profuse intelligenza e impegno anche per questa impresa, tramontata dopo pochi mesi.

Furono quelli anni in cui diede il meglio di sé, come redattore e, soprattutto, come «maestro» per uno stuolo di giovani che s'avvicinavano alla professione. L'assunto che proponeva era elementare e sacro: le notizie vanno date, tutte, senza servilismo nei confronti dell'editore, e devono essere scritte in italiano. Un'integrità alla quale teneva moltissimo e che ha sempre difeso con tenacia, anche a costo di accendere inimicizie.

Ne sanno qualcosa i direttori di un paio di quotidiani, che hanno ricevuto una lettera dai toni indignati che recitava più o meno: dopo decenni il suo giornale, che è sempre stato prediletto dalla mia famiglia, ci ha tradito, come lettori e come cittadini, pubblicando (o non pubblicando) la notizia ecc... ecc... E concludeva: da domani leggerò un altro giornale. Poi la firma, ben leggibile: Paolo Impellizzeri. Niente mezze misure, dunque, ma una fermezza che aveva come presupposto il rispetto per il lettore.

Scherzando con gli amici, Paolo diceva che il suo temperamento affondava le radici nel piombo, quello della tipografia del vecchio «Giornale di Bergamo», dove, tra i fumi insalubri delle fonditrici, aveva fatto notte fin da ragazzo per chiudere le sue pagine, senza mai saltarne una, perfezionando così una professionalità senza incrinature.

Ma torniamo agli Anni Ottanta. Conclusa infelicemente dopo pochi mesi la faticosa avventura del «Giornale di Bergamo Oggi», Paolo si concesse un congruo periodo di riposo, interrotto dalla nomina ad addetto stampa del Comune di Bergamo durante l'amministrazione Zaccarelli. Anche negli uffici di Palazzo Frizzoni Paolo portò la sua correttezza, a partire dalla semplice cura della rassegna stampa, fino alle delicate pagine del notiziario comunale, sul quale aveva voluto presenti anche le voci della minoranza.

Piccole cose, che oggi potrebbero apparire banali, ma certamente contribuiscono a costruire una statura. Sono quelli gli anni che lo vedono tempestato dagli inviti ad abbandonare la piazza bergamasca per fare il salto verso qualche giornale nazionale dove una penna del suo calibro non avrebbe tardato a trovare spazi importanti. A chi tentava di spedirlo lontano da Bergamo e dal suo Sentierone, Paolo rispondeva con un aneddoto personale vecchio di decenni.

Rincasando – raccontava – nel cuore della notte com'era sua abitudine, nell'appartamento di famiglia sopra il Balzer, aveva trovato malauguratamente l'ascensore rotto: ebbene, pur di non salire a piedi fino al terzo piano, era andato a dormire in albergo, per tornare a casa soltanto dopo che l'ascensore era stato aggiustato. Paolo chiudeva questo raccontino con una sonora risata, seppellendo così ogni ulteriore tentativo di proporgli estenuanti trasferte milanesi.

Se il suo racconto fosse vero, o soltanto inventato per difendersi, nessuno può dirlo. Si può giurare, però, che a quell'apparente pigrizia si contrapponeva in realtà una straordinaria vivacità intellettuale, che lo teneva appiccicato al Teatro Donizetti, dove non perdeva un concerto, un'opera lirica, o uno spettacolo di prosa. Tutte grandi passioni, insieme alla lettura - sostenuta da una libreria personale sterminata - e al cinema.

Cessato il lavoro per il Comune e rifiutate le proposte di lavoro milanesi, Paolo era approdato a «L'Eco», chiamato da don Spada con il quale condivideva l'amore per Schilpario dove per decenni ha trascorso le vacanze estive. Seguì un periodo non facile. Paolo fu duramente provato dalla malattia della madre e, successivamente, del padre Orazio, alto funzionario dello Stato a Bergamo e a Mantova.

Anni di preoccupazioni, che lo avevano appesantito e intristito. A «L'Eco», però, non fece mai mancare il suo importante contributo, nelle redazioni Interni, Esteri, Spettacoli e Cultura, per dedicarsi infine a interviste, articoli per le pagine della città e della cultura, pungenti corsivi che nascevano spesso da una passeggiata, durante la quale qualcosa di storto cadeva sotto il suo sguardo di giornalista con i fiocchi.

Dopo le amarezze, l'arrivo della pensione gli aveva pian piano restituito serenità e gusto per la vita, riaprendolo alle amicizie e alla sua congenita allegria da inguaribile nottambulo. Qualche acciacco aveva annunciato la malattia devastante che si è manifestata nell'estate dello scorso anno, durante una vacanza a Schilpario. Da allora, solo sofferenze, lenite dalle attente cure alla Clinica Castelli e nel reparto di Nefrologia dei Riuniti, con le settimane che purtroppo vedevano spegnersi ogni spiraglio di guarigione.

Mesi e mesi disteso su un lettino, in un calvario al quale aveva ammesso soltanto pochi intimi, chiudendosi per non rattristare i tantissimi amici che avrebbero voluto stargli vicino, ma anche per essere ricordato per quel che era sempre stato: un giornalista e un uomo dritto e tutto d'un pezzo. Il suo ultimo sorriso, mesi fa, era scaturito da uno strafalcione scovato fra le righe di un quotidiano. Un obbrobrio figlio dell'elettronica che domina nelle redazioni, aveva commentato Paolo, fingendo nostalgia per il piombo che nelle tipografie di una volta rendeva le parole e le virgole così pesanti da rendere quasi impossibili i refusi.

Parole e virgole che nei suoi pezzi avevano sempre la giusta collocazione, per una scrittura che sapeva essere lineare, limpida, sapiente o feroce a seconda che stesse costruendo una nota di cronaca o culturale o un corsivo. Mai una riga fuori posto, mai una didascalia sotto l'immagine sbagliata, mai una fotografia tagliata male nelle sue pagine. Un esempio per i giovani. Non per niente tra i vecchi colleghi era consuetudine spaventare le nuove leve con una scherzosa minaccia: se sbagli ancora ti mando tre mesi alla scuola di Paolo Impellizzeri.

«Mandatelo da me, mandatelo da me che ci penso io», diceva Paolo, con una risata burbera e piena d'allegria. «Il mestiere si deve rubare», aggiungeva più seriamente, ricordando i suoi primi passi in redazione, quand'era stato lui a «rubare il mestiere» a giornalisti come Alessandro Minardi e il conte Colleoni. Per decenni Paolo s'è fatto rubare il mestiere dai giovani, istruendoli con una voce alta, che si faceva ben sentire, dettando regole e segreti con una forza difficile da dimenticare. Lezioni da giornalista di razza, imparate da un buon numero di redattori. Non è retorica dire che ancora oggi, su «L'Eco» come su altre testate, ogni giorno c'è qualcosa di Paolo Impellizzeri. E son tutte cose fatte bene.
 R. B.

m.sanfilippo

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