Giovedì 18 Novembre 2010

Banda della Panda nera a processo
Condannati cinque carabinieri

Cinque condanne e tre assoluzioni. Si è concluso così, alle 21,30 di mercoledì, dopo più di due ore di camera di consiglio, il processo di primo grado per gli otto imputati della «Panda Nera» che hanno optato per il rito ordinario.

Un dibattimento in cui, a differenza di quello celebrato in abbreviato due anni fa, non è stata riconosciuta l'associazione per delinquere. Anche se c'è da dire che alla sbarra stavolta c'erano figure di secondo piano del presunto sodalizio di carabinieri e vigili capace di mettere a segno, nella Bassa, una decina di spedizioni punitive ai danni di extracomunitari (pusher e no) tra il novembre 2005 e il giugno 2007.

La pena più severa, tre anni, è toccata a Giuseppe Di Marzio, ex carabiniere della stazione di Calcio, quella all'epoca comandata dal maresciallo Massimo Deidda, ritenuto il capo carismatico della presunta banda. Condannati altri due ex militari di Calcio: due anni e 4 mesi a Davide Mattarello, un anno a Mauro Martini. Più lievi le pene inflitte agli ex colleghi della stazione di Romano: 9 mesi all'ex comandante Francesco Martino, 8 a Pasquale Bagnato. Assolti invece, col secondo comma dell'articolo 530 (quello assimilabile alla vecchia insufficienza di prove), l'ex carabiniere di Romano Biagio Sardo e i due agenti della polizia locale di Martinengo Vito Bruno e Filippo Grassi. <+tondo>Per Mattarello e Di Marzio è caduta l'accusa di far parte dell'associazione: assolti con il 530 comma 2, dopo che le difese nelle arringhe avevano sostenuto la saltuaria partecipazione ai raid dei loro due assistiti, esclusi dal «nucleo storico radicato» - come l'hanno definito ieri i legali - della presunta banda, composto (anche per qualche difensore) da Deidda, dai due ex sottoposti Viviano Monacelli e Danilo D'Alessandro e dai due vigili di Cortenuova Gian Paolo Maistrello e Andrea Merisio. I cinque condannati hanno ottenuto l'assoluzione, sempre con l'articolo 530 comma secondo, per qualche episodio di pestaggio e perquisizione arbitraria e pure per la ricettazione della targa (denunciata come smarrita da un immigrato) apposta sulla Panda Nera, l'auto «civetta» che è diventata il simbolo di questa triste vicenda.

Pene, comunque, più basse di quelle invocate dal pm Giancarlo Mancusi, che non ha esitato a bollare i raid in divisa come «giustizia privata, anche se non si può chiamare giustizia visto che si andava al di là di ogni regola». Forse un calcio alle imputazioni hanno contribuito a rifilarlo le defezioni dei cinque marocchini costituitisi parte civile e mai comparsi a processo. È su questa allergia alle aule di tribunale che hanno giocato le difese.

Se questi non hanno il coraggio di presentarsi per sostenere le accuse, vuol dire che tali accuse non sono vere: è con questo ragionamento che gli avvocati hanno cercato di far breccia tra i giudici. Anche se poi il collegio ha condannato Di Marzio a una provvisionale di 1.500 euro per ciascuna delle 5 parti civili. Credere a un carabiniere o a uno spacciatore immigrato? È stato questo il refrain rimbombato ieri in aula. E l'impressione è che, se non ci fossero state le intercettazioni telefoniche a scolpire le presunte malefatte di Deidda e soci, questa inchiesta non sarebbe nemmeno mai partita.

fa.tinaglia

© riproduzione riservata