Venerdì 25 Novembre 2011

Lallio, boato nella notte più lunga
Esplosione alla cartiera: un morto

C'è chi ha pensato a un aereo precipitato. Altri al terremoto. Altri ancora a una bomba. Ore 4,22: mezza provincia è sobbalzata nel cuore della notte per un boato di proporzioni inaudite. Poi il rumore assordante delle sirene di vigili del fuoco, 118, carabinieri e polizia. Il disastro è a Lallio: è da lì che il fragore dell'esplosione si è propagato, nel raggio di chilometri.

Poco dopo, le prime notizie: la cartiera Cama, nella zona industriale, è saltata in aria. Un operaio di Treviolo, Rosario Spampinato, 50 anni e padre di due ragazzi, è morto. Pezzi di capannone sono finiti nei giardini dei caseggiati circostanti, sui tetti, sulle auto in sosta. Una famiglia, che abita nella palazzina accanto alla fabbrica, si è vista piombare in casa un componente metallico di quasi due tonnellate, che ha sfondato il tetto ed è atterrato in cucina. Finestre e tapparelle sono letteralmente esplose: «Sembrava un bombardamento».

Il dramma si consuma alla sede produttiva della cartiera Cama, azienda fondata nel 1966, specializzata nella realizzazione di cartoncini impiegati in diversi settori: dalla fabbricazione di scatole da scarpe agli imballi per le camicie, dalle confezioni dei profumi ai cabaret per i pasticcini. Sono da poco passate le 4 e in fabbrica ci sono una decina di operai, per il «dieci-sei», il turno più duro. L'area produttiva è vasta e ciascuno è nel suo reparto. Al lavoro c'è anche Rosario Spampinato, tecnico caldaista. È un lavoratore esperto: vent'anni di anzianità aziendale, è il delegato sindacale della Cisl in fabbrica.

Uno, insomma, che le norme di sicurezza le conosce, e anche bene. Nel tempo libero è volontario del 118 con la Croce Bianca di Boltiere: guida le ambulanze. Il compito di Rosario è stare nella centrale termica. Deve preoccuparsi della caldaia ad olio diatermico, un macchinario che produce 6-7 tonnellate di vapore acqueo ogni ora e serve al processo di asciugatura dei cartoncini. Soltanto Rosario sa cos'è successo alle 4,22. È da solo quando la caldaia scoppia come una supernova, sventrando il capannone e catapultando detriti di cemento e acciaio nel raggio di centinaia di metri. Il povero operaio viene travolto dalla deflagrazione. La cupola in metallo che sovrasta il macchinario decolla come un proiettile d'artiglieria pesante e atterra ad alcune centinaia di metri di distanza, in un piazzale deserto. Gli altri corpi di fabbrica tremano come in preda al terremoto, le vetrate si frantumano, le fiamme divampano.

«Io mi trovavo alla macchina continua – testimonia Mario Corsini, del Villaggio degli Sposi, uno degli altri operai del turno di notte – quando la fabbrica è saltata in aria. Siamo usciti di corsa nel cortile. Ho preso un estintore, volevo soccorrere il mio collega caldaista. Ma tutto era distrutto, non ci è rimasto altro da fare che scappare». Sul posto nel giro di pochi minuti intervengono decine di mezzi fra 118, vigili del fuoco da Bergamo e Dalmine, pattuglie di carabinieri e polizia. Ipompieri spengono le fiamme e si addentrano nel capannone sventrato. Rosario Spampinato è lì, sotto le macerie. Per lui non c'è più nulla da fare.

I caseggiati circostanti sono danneggiati: finestre rotte, tapparelle esplose, auto bombardate dai calcinacci, brandelli di capannone finiti nei cortili e nei giardini. Il boato si sente non solo a Lallio, non solo a Treviolo, ma anche a in città, persino a Torre Boldone, e nell'Isola, fino a Bonate Sotto. Nella zona comincia un tam-tam telefonico per capire cos'è stato. I centralini delle forze dell'ordine vengono subissati, il sito de L'Eco di Bergamo preso d'assalto. «Abbiamo compiuto un sopralluogo con i nostri tecnici – spiegherà in mattinata il sindaco di Lallio, Massimo Mastromattei – per constatare l'entità del disastro: tanti hanno avuto gli infissi rotti o danni ai tetti, ma per fortuna al momento non ci risultano edifici compromessi».

Una stima dei danni non è stata ancora fatta, ma si parla di svariati milioni. L'azienda dà lavoro a 60 persone: «Ci vorranno mesi per ricominciare», dice il presidente del Cda della Cama, Giancarlo Galbiati, di Vigevano. Un capannone è distrutto. Gli altri sono devastati. La ciminiera della cartiera, 76 metri di archeologia industriale, è a rischio: dovranno essere compiute verifiche per decidere se potrà essere salvata o andrà demolita. Intanto però quella sorta di obelisco, simbolo della cartiera, è rimasto su, mentre attorno tutto è crollato, come a suggerire ai responsabili dell'azienda di rialzarsi e rimboccarsi le maniche.

Ma c'è anche l'obbligo di fare chiarezza sulla vicenda. «L'ipotesi più probabile – spiega Bruno Pesenti, direttore del Dipartimento di prevenzione dell'Asl – è che l'impianto sia andato in sovrapressione, generando lo scoppio. La spiegazione più plausibile è che qualche valvola di sicurezza non abbia funzionato: ma è presto per trarre conclusioni, servirà una perizia tecnica». I carabinieri di Curno hanno sentito i testimoni e depositeranno in procura un'informativa.

Si è appreso che i legali rappresentanti dell'azienda stati deferiti all'autorità giudiziaria, nella loro qualità di responsabili, come atto dovuto in questa prima fase. Ma ogni valutazione spetterà al magistrato: il fascicolo in procura, infatti, formalmente ieri non era stato ancora aperto (lo sarà in queste ore), nell'attesa dei primi rapporti di militari, vigili del fuoco e Asl, per meglio circostanziare i fatti. Disastro colposo e omicidio colposo: queste le ipotesi di reato su cui intendono lavorare gli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero Maria Esposito. Sulla base delle prime risultanze la procura valuterà se e quali nomi iscrivere nel registro degli indagati, in modo anche da tutelare al massimo il diritto di difesa, ed eventuali consulenze tecniche. Nel frattempo l'area dell'esplosione è stata posta sotto sequestro. «Faremo tutti i controlli – aggiunge Pesenti dell'Asl – sulla regolarità dei documenti di manutenzione e sul rispetto delle norme di sicurezza».

e.roncalli

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