Giovedì 19 Gennaio 2012

«Prima dei monti c'è l'amicizia»
L'ultima intervista a Mario Merelli

«Ero a un passo dalla cima, dal mio adorato K2, la montagna perfetta. Quella piramide fatta e finita quaranta volte più grande del nostro Cervino. Ma il mio compagno di spedizione stava male. Aveva due costole rotte. Un blocco di ghiaccio gli era finito sulla schiena e nonostante una settimana di riposo le cose non miglioravano. Non me la sono sentita di lasciarlo solo in tenda e inseguire l'impulso egoista a salire. Così abbiamo deciso di ritornare a casa. Insieme. Perché prima della montagna esiste l'amicizia». Siamo nell'agosto 2010. Mario Merelli è sulla terrazza del suo albergo di Lizzola e ripercorre con un'intervista (rimasta inedita e che pubblichiamo oggi) a L'Eco di Bergamo le tappe di quella spedizione estiva sulla seconda cima più alta della terra. Anche nel 2004 ci aveva provato. Ma niente. Il K2 continuava ad essere un tabù.

L'intervista inedita a Mario
«Appena lo sento di nuovo dentro, appena avverto il suo richiamo – dice – ci riprovo. Tanto di bello le montagne hanno che non scappano. Continuano ad aspettarci. Sono cattedrali della natura estremamente pazienti». I villeggianti passano sulla strada. Alzano lo sguardo. Salutano. Lui risponde sorridente, cordiale. «Dai, se vi fermate un po' ci si vede in giro». E ripensa al K2, all'ascesa dallo Sperone degli Abruzzi, così roccioso, così impastato di ghiaccio e neve. «Nessun bergamasco è salito da lì. Agostino da Polenza c'è arrivato, ma da nord». Gli fa un po' male quando la gente gli domanda come è andata lassù quando sa benissimo dai giornali, dalla televisione, cosa è successo. «Se uno ti è amico non rivanga i tuoi insuccessi, ti sprona a guardare avanti, a ricaricare le pile per ripartire. Ma poi, si sa, questo è normale: a volte si parla e non ci si rende conto che quel che si dice può ferire chi ci ascolta».

Si guarda attorno e vede le sue montagne illuminate dal sole, quelle che suo padre Patrizio gli ha insegnato a riconoscere fin da piccolo. «Ah, mio padre. Era il top, colui che mi ha permesso di vivere la montagna, che ha costruito questo albergo per stare nelle montagne 365 giorni all'anno. Se c'è una cima che gli assomiglia quella è l'Everest. Quando se ne è andato a 61 anni io l'ho scalato per onorare la sua memoria». La mamma Luigina serve il caffè. Stesso sorriso, stessa simpatia. «Invece lei è il Makalu, la montagna più bella del mondo. Una volta è venuta, nonostante la salute così così, a Katmandu dopo una mia spedizione. Ci siamo gustati l'alba sul tetto del mondo in volo su un aereo. Ha pianto tutto il viaggio al pensiero che io quelle montagne le avevo fatte faticando a piedi».

La moglie Mireia invece assomiglia al Cho Oyu che significa la Dea Turchese. «Prima delle nozze mi ha accompagnato alla conquista di questo Ottomila, il sesto più alto del mondo, fino a campo uno. Quando ci siamo sposati sui tavoli degli invitati c'erano i nomi delle montagne. Al tavolo mio e di Mireia c'era scritto Cho Oyu».

Merelli racconta come ogni cima ha la sua storia particolare. «Un giorno mi piacerebbe mettere le mie avventure in un libro. Spiegare non tanto le questioni tecniche di una spedizione bensì cosa spinge un alpinista a fare un passo in più verso l'alto quando sonno, fame e stanchezza sembrano remarti contro, quando per stare svegli ti metti, a meno 25 gradi, due palle di neve nella schiena. E quanto ci si sente soli, scendendo da una cima sfiniti e cotti, a non trovare ad aspettarti il tuo compagno che per una serie di motivi è ritornato indietro».

Ma non solo. Merelli racconta di quando in un capo base ha preparato gli gnocchi alla bergamasca per quindici persone dentro una tenda oppure quando ha strappato una per una le pagine del romanzo «L'uomo che sussurrava ai cavalli» per assecondare i diversi ritmi di lettura dei suoi compagni di spedizione. Mario Merelli non smetterebbe mai di esprimere il suo grandissimo amore per la montagna che baratterebbe solo per vedere riscattati dalla povertà le popolazioni che vivono alle pendici di quei colossi di roccia.

«Riescono a tirare avanti grazie alle spedizioni degli alpinisti. Sono persone con un cuore grande che non smettono di ringraziarti se gli regali solo un paio di scarponi un po' scuciti o condividi con loro un pezzo di cioccolato». Ma se non fossi stato uno scalatore cosa sarebbe diventato Mario Merelli? «Un musicista – risponde –. Ho fatto anche un corso di chitarra. Dicevano che ero portato. Però non ci ho mai creduto a quella cosa».


fa.tinaglia

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