Domenica 24 Agosto 2014

Azzoppate e dimenticate

Ecco le scalette di Bergamo

Scaletta dello Scorlazzone

Malmesse, con tratti sconnessi, spesso in stato di abbandono. E poi mal segnalate, con cartelli informativi – piuttosto pochi – solo in italiano, e per lo più logori. Tempi di percorrenza? Numero di gradini da salire? Indicazioni presenti solo in rare eccezioni.

Dopo il crollo che ha interessato la salita della scaletta che parte dalla funicolare bassa, e che ora è in fase di ricostruzione, ci siamo affidati a due podisti bergamaschi dei Runners Bergamo e abbiamo percorso le principali scalette che collegano Bergamo Bassa a Città Alta.

Stradine poco conosciute

Stradine in pietra attraverso orti e terrazzamenti che i bergamaschi conoscono per tradizione, i podisti utilizzano nelle loro escursioni, ma che i turisti difficilmente percorrono. Perché sono poco conosciute e pure poco segnalate.

Collegamenti antichi, di origine rurale, ora trascurati, con i muretti che spanciano, caricati dal terreno sempre più ricolmo dell’acqua di questi ultimi temporali, con i gradini sgretolati, tra buche e pietre mancanti.

Scalette azzoppate, ma sicuramente meravigliose, per gli scorci che offrono di una città quasi nascosta che si svela tra gli orti, dona pace e tranquillità. Lascia senza fiato. Anche per la fatica, ammettiamolo, perché – per chi non è allenato - questa è una dura palestra a cielo aperto.

Bellezze degradate

Partiamo allora da una delle più famose, ma anche rovinate: la Scaletta del Paradiso, che dalla zona piscine porta alla via Tre Armi, sotto le Mura.

Dopo una parte facilmente percorribile, al bivio con un’antica fonte non più funzionante, iniziano le buche, i gradini senza le pietre, i muri spanciati che perdono terra, con un cantiere aperto da anni e ormai abbandonato e con tanto di ponteggio di protezione marcio per la pioggia. Sterpaglie e buchi qua e là: mancano intere zone lastricate lungo i gradini, proprio come un’altra tra le più famose scalette, quella dello Scorlazzone, che da via Sudorno porta a San Vigilio: qui il percorso è molto stretto e accidentato, con parecchie alzate senza la pietra che forma i gradini. Il rischio storte è altissimo: ci sono addirittura sassi qua e là, tra profonde buche e avvallamenti.

Percorsi a fatica i 163 gradini, in cima la sorpresa: il muro di confine con un’abitazione è in parte crollato, senza segnalazione o protezione alcuna. Molto meglio la vicina Scaletta dello Scorlazzino, che da via San Martino della Pigrizia conduce in via Sudorno: bellissima e panoramica, è stata recentemente recuperata. Solo alcuni gradini sono sgretolati forse a causa della pioggia: il fondo cede e anche qui servirebbe qualche rattoppo.

Le buche e le vespe

Ha bisogno di un serio e urgente intervento, invece, la prima parte di via Fontanabrolo, scaletta che parte sempre dalla zona piscine per giungere ancora in via Tre Armi.

Premesso che, come in altri casi, anche qui i cartelli informativi sono latitanti, all’inizio di uno dei due accessi del percorso ci si imbatte in un vero e proprio buco nella pavimentazione: si tratta di una voragine dal diametro di una spanna ma che, sotto, è completamente cava. A rischio crollo.

Una situazione pericolosa cui si aggiunge, poco dopo, un incontro inatteso: una nutrita presenza di vespe e calabroni ormai padroni di un’ampia area verde cresciuta a dismisura.

Infine un’altra sorpresa arriva in cima alla salita: il vicolo Fontanabrolo propone un percorso alternativo dove un tempo c’era un cartello che vietava l’accesso per motivi di sicurezza: la segnaletica è stata rimossa ma sono rimasti solo puntelli e pali di legno a sostegno dei muri pericolanti. In attesa di un decisivo intervento che si aspetta da ormai troppi anni.

Il divieto... alle moto

Spostandoci verso Est, in discrete condizioni la Scaletta delle More. Che fa pure sorridere: in cima, dopo 245 ripidi gradini, il divieto di accedere con la motocicletta. Come se mai ce ne fosse bisogno…. E se invece volete avventurarvi in una scaletta che si trasforma in un’arrampicata in un fitto bosco, spostatevi nella zona di Astino: siamo sulla via Moratelli, che permette di raggiungere il Colle di Sudorno.

Qui con la pioggia sgorga acqua dai muri in pietra, tra fango, pietraie e terra che è franata pesantemente e diffusamente chissà quanto tempo fa. Si tratta di una strada poco frequentata, dove i gradini si perdono in un’arrampicata: si finisce in uno stretto sottobosco di grande fascino, ma anche di grande abbandono dove la natura ha preso il sopravvento.

Barriere di ferro e cemento

Caso simile per la vicina e più frequentata Ripa Pasqualina, che spunta in via San Martino della Pigrizia: se l’imbocco è stato rattoppato qualche anno fa, il resto è un percorso a ostacoli, tra buche, gradini malmessi, pietre che cedono e detriti di grosse dimensioni, area pure deturpata da barriere in ferro e cemento che stonano in una zona di notevole pregio ambientale.

Tornando verso San Vigilio, un plauso per il recupero della Scaletta di San Sebastiano, mentre c’è da spaventarsi percorrendo via del Rione, verso le Case Moroni: il panorama è mozzafiato, ma attenzione a dove si mettono i piedi. Qui non ci sono protezioni, il percorso è abbandonato alla natura selvaggia con un solo cartello qualche metro prima che segnala un generico divieto di accesso, pur lasciando aperto il passaggio tra le erbacce.

I buoni esempi

Qualche scaletta, per fortuna in migliori condizioni c’è, come quella di via Monte Bastia o quella di via al Castello (di San Vigilio), ma anche la Scaletta Bellavista di Longuelo Vecchia e di via Noca, che dall’Accademia Carrara arriva a Porta Sant’Agostino.

Si deve invece fare di meglio per via Lavanderio , sempre nella Valle di Astino, e per la diramazione destra dello Scalone di Sant’Alessandro, così come serve un intervento urgente nel vicino e centralissimo (ma mal segnalato) Vicolo San Carlo: in clamoroso stato di abbandono, i muri sono pericolanti con tanto di cavalletti di cantiere caduti a terra.

Tesori da valorizzare

Insomma, c’è parecchio da fare. Per sistemare questi tesori incredibili, di storia e di arte. Per riportarli all’antico splendore, tra le piante di ginestra e le more selvatiche che crescono tra i sassi.

Una gioia per la vista e per l’anima. Da rimettere in sesto, anche perché patrimonio turistico incredibile e per ora sottovalutato. Anche Hermann Hesse ne rimase colpito quando ci passeggiò nella sua visita bergamasca: «Le scalette – scrisse – propongono una “dimensione più umana” della città». Solo questo basta per tornare a camminare tra queste pietre antiche.

Fabiana Tinaglia

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