Martedì 05 Novembre 2013

Chi blocca i fondi

alle università

Studenti impegnati in un esame universitario
(Foto by foto ansa)

La forza del cavillo ma soprattutto delle resistenze di chi il merito non lo vuole ha avuto il sopravvento. Il tessuto corporativo di un colosso che ha 1,2 milioni di dipendenti su 3,6 milioni di addetti della pubblica amministrazione non vuole vedere pregiudicati i cosiddetti diritti acquisiti. Sotto questa categoria incorrono tutte le misure che possono in qualche modo modificare gli equilibri esistenti. Morale: appena c’è qualcosa di nuovo all’orizzonte, ecco che scatta l’allarme. E purtroppo per le categorie interessate le novità incombono.

Le graduatorie dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ) sulla competitività dei livelli di istruzione nei paesi dell’organizzazione vedono l’Italia agli ultimi posti nelle graduatorie dei 24 Paesi esaminati per le valutazioni Piaac (Programme for the international assessment of adult competencies). Analfabeti del millennio che poi nessuno vuole perché inadeguati ad occupare posti di lavoro anche elementari, che richiedono però sempre più conoscenze tecniche e informatiche. Per un Paese che già ora fa pagare ai suoi giovani i costi della disoccupazione con un indice tra i più alti in Europa, è una condizione insostenibile. Da qui si spiega l’attivismo dei ministri in carica negli ultimi anni. Ma vien da dire che i risultati sono magri. E certamente non proporzionali alla sfida in atto.

Il motivo dei ritardi è sempre lo stesso: coloro che operano nelle strutture sono restii a modificare le loro attitudini e vedono nella competizione un pericolo anziché un’opportunità. È di questi giorni la notizia che l’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione ) abbia oscurato i risultati dei test di accertamento di alcune scuole perché palesemente falsificati. Si tratta di prove di valutazione dei livelli di preparazione degli studenti che i docenti non amano, sicché si dice che gli insegnanti, per boicottarle, facciano copiare gli alunni. Da qui anche la protesta dei sindacati contrari all’introduzione del sistema Invalsi nell’università. L’abolizione del valore legale del titolo di studio valorizzerebbe le abilità e non il pezzo di carta. Ed è evidente che sarebbe la fine di un’era : quella della sinecura. Ingresso senza filtri di merito e posto fisso a vita. Nel mondo non è più così, e prima o poi si arriverà anche qui ad accettarlo, ma non senza colpi di coda. In tempi normali la bocciatura di un provvedimento meritocratico a favore dell’università sarebbe passata nel dimenticatoio nazionale, mentre già il giorno dopo si sono registrate le reazioni dell’opinione pubblica. I ministri Franceschini e Zanonato promettono di provvedere al più presto allo scivolone. Nel frattempo le graduatorie di merito per 2386 candidati presidi sono diventate ad esaurimento. Così l’accesso sarà «democratico» senza l’odiosa selezione. Un favore nel segno delle vecchie abitudini. E infatti in Parlamento nessuno ha fiatato.

© riproduzione riservata