Giovedì 06 Marzo 2014

Cinque ex consiglieri regionali

rischiano di finire sotto processo

Sede della Giunta della Regione Lombardia

Da una parte i pranzi e le cene degli assessori, dall’altra i pasti quasi sempre in buoni ristoranti dei consiglieri e tutto, rigorosamente, coi soldi pubblici. Per i primi, però, quei pranzi, pieni di benzina o notti in hotel, sempre giustificati con finalità istituzionali, non si sono trasformate in reato perché i budget stanziati dagli assessorati permettevano quelle spese, mentre per i secondi è arrivata l’accusa di peculato. E si è salvato anche quell’ufficio di Presidenza, che era guidato da Roberto Formigoni, che avrebbe «bruciato» più di 2.500 euro per 14 coperti e circa 17mila euro in tre anni. La Procura di Milano, infatti, ha dovuto districarsi, oltre che tra l’analisi di scontrini e pezze giustificative, anche tra le normative regionali per arrivare a chiudere l’inchiesta sulla scandalo dei rimborsi illeciti che ha travolto il Pirellone poco più di un anno fa.

Ieri, infatti, da un lato, la Gdf di Milano, coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Paolo Filippini e Antonio D’Alessio, ha notificato l’avviso di conclusione indagini a 65 persone, quasi tutti ormai ex consiglieri regionali, tra cui anche cinque bergamaschi, Giosuè Frosio (Lega), Roberto Pedretti (Lega), Marcello Raimondi (Pdl) e Carlo Saffioti (Pdl) e la rappresentante della Lista Pensionati, Elisabetta Fatuzzo, ancora in carica. Un atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Dall’altro lato, invece, i pm hanno inviato al gip la richiesta di archiviazione per 21 ex assessori regionali, tra cui anche i bergamaschi Daniele Belotti (Lega), Marco Pagnoncelli (Pdl) e lo stesso Raimondi, prosciolto dagli inquirenti per le sue spese all’assessorato all’Ambiente e a rischio processo, invece, per quelle da consigliere. Già a metà dicembre i pm avevano chiesto l’archiviazione per le posizioni di 33 politici del Pirellone, tra cui gli ex consiglieri bergamaschi Daniele Belotti (che ieri dunque ha portato a casa la seconda archiviazione), Valerio Bettoni (Udc) e Giuseppe Benigni (Pd). In quel caso, gli inquirenti avevano messo nero su bianco dei criteri di selezione tra rimborsi leciti e illeciti destinato a fare scuola. E proprio sulla base di questi criteri, tra cui quello di individuare dai tipi di spesa la volontà di approfittare delle risorse pubbliche, sono state scremate anche le spese contestate ai politici che ora rischiano di finire a giudizio. Hanno retto certamente e rientrano nelle accuse di peculato le cene da centinaia e centinaia di euro, le ormai note cartucce da caccia messe a rimborso da un consigliere leghista, il barattolo di Nutella, i novanta provoloni «di marca Auricchio». E poi le bibite e i videogiochi comprati dal figlio del Senatur, Renzo Bossi.

Dopo la scrematura per tutti e cinque i consiglieri bergamaschi le cifre contestate a fine indagine si abbassano rispetto agli avvisi di garanzia di un anno fa. Tanto che a Elisabetta Fatuzzo i pm ora contestano un peculato da 6.195 euro tra il 2008 e il 2012, mentre mesi fa si parlava di oltre 22mila euro. Ciò che resiste nell’imputazione della leader dei Pensionati è quell’ormai famoso pranzo a base di «tagliata d’aragosta» del luglio 2009 con 4 coperti al costo di 200 euro. Poi nel suo elenco principalmente pranzi e cene, come per il resto dei consiglieri, ma anche «cappuccino e croissant», benzina e sushi.

Per Saffioti il peculato contestato scende a 86.213 euro, di cui 40mila spesi solo nel 2011, tra pedaggi autostradali, panini, pasticceria, pranzi ovviamente, 50 euro di bevande dopo la mezzanotte, e oltre 3mila euro per «servizio ristorazione esterna a Bergamo Palazzo Terzi, 26 coperti».

A Pedretti sono contestati 14.817 euro tra il 2010 e il 2012, di cui oltre 10mila euro di pasti nel 2011. E poi anche piadine e una bottiglia di Chardonnay. Per Frosio si passa da quasi 45mila euro a 29.748 euro di presunte spese «allegre», con oltre 8mila euro rimborsati nel 2009 per pranzi e cene. Anche il peculato di cui è accusato Raimondi come consigliere si ridimensiona da 69mila euro a 43.110 euro, tra rifornimenti, pedaggi e ristoranti.

Succede, però, che per gli assessori che hanno fatto anche loro alcune spese «inadegute» e «sproporzionate» non scatta l’accusa di peculato. Non hanno superato, infatti, i limiti di budget per le «spese di ospitalità e rappresentanza», sono riusciti a giustificarle e spesso sono state pagate con le carte di credito regionali in dotazione, il cui limite «di spesa annuale non è stato oltrepassato». I pm, però, non se la sono sentita di lasciar passare del tutto certe condotte e hanno riportato un elenco dei rimborsi sospetti degli assessori, anche se non di rilevanza penale. Troviamo i 280 euro spesi da Belotti nel 2010 in un ristorante con la causale di un «incontro con amministratori locali» per discutere le «problematiche legate al territorio della provincia di Bs».

E ancora i 360 euro rimborsati a Marco Pagnoncelli per «consumazioni varie» con causale: «cena di lavoro con tre onorevoli bergamaschi per discutere dei vari problemi rimasti sul tappeto». E i 310 euro spesi da Marcello Raimondi, come assessore, per un pranzo con alcuni amministratori della provincia di Sondrio. Tutte comunque spese giustificate.

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