Domenica 18 Maggio 2014

I bisogni di Bergamo

sono oltre i dossier

Palazzo Frizzoni

Dino Nikpalj

Se permettete, parliamo di noi. Di Bergamo, realtà che, come molte altre, sta vivendo un periodo di crisi, incertezza e confusione. Che fa fatica a mettere a fuoco il proprio futuro, ad immaginare un’idea di città capace di garantire sviluppo e crescita, di rappresentare una risposta ad una comunità sempre meno giovane e dinamica e dove i conti (pubblici, ma non solo) quadrano ancora di meno.

Una città che nelle ultime settimane si è divisa su banane, verande, panchine e dossier. Veri o presunti. Questa è stata la campagna elettorale per Palazzo Frizzoni: probabilmente la più povera di contenuti degli ultimi anni, sicuramente la più lontana dai problemi di chi la vive ogni giorno.

La sola difesa d’ufficio che ci sentiamo di prendere in questo momento è quella di una città che vorrebbe risposte e indicazioni sul suo domani. Che già per una naturale, diffusa e purtroppo comune, disaffezione alla politica guarda ai programmi elettorali come ad un libro dei sogni o, nella migliore delle ipotesi, di buone intenzioni e che ora sta assistendo sconcertata (e non c’è termine più adatto) a un trionfo di colpi bassi, tranelli e provocazioni in serie.

Anche questi fanno parte della politica, beninteso, così come denunciare irregolarità e abusi di varia natura, ma non possono esaurire lo scenario di una contesa elettorale così importante. Invece finora la scena è stata occupata quasi esclusivamente da situazioni di questo genere, e si sono perse le tracce di un confronto reale, rispettoso e costruttivo.

Un clima velenoso che rischia inevitabilmente di trascinarsi ben oltre le urne, segnando in modo negativo i destini di una città che sta mostrando pericolosi segni di cedimento ad ogni livello e che nel corso degli ultimi 20 anni ha sostituito il principio della (talvolta sana) alternanza amministrativa con la tendenza a fare tabula rasa di quanto ereditato dai predecessori. E a furia di un passo avanti e due indietro, i problemi sono rimasti tutti sul tavolo.

Anzi, nei programmi elettorali che le principali coalizioni in campo presentano in questa tornata e, considerato che hanno equamente governato negli ultimi 20 anni, la responsabilità di un sostanziale immobilismo di Bergamo in questo arco di tempo va altrettanto ripartita. Soprattutto perché le divisioni hanno sempre impedito di mettere a punto quell’orizzonte condiviso e ampio che ha caratterizzato lo sviluppo proficuo di altre città. Dove magari non si continua a dividersi tra guelfi e ghibellini,a fare politica a suon di azioni dimostrative, colpi bassi e scheletri nell’armadio.

Poi chi ha sbagliato deve pagare, non si discute, e in tal senso ci sono state già delle ammissioni: ad ognuno le valutazioni del caso, con l’assunto di fondo che la legalità e il rispetto delle regole (di ogni regola…) sono centrali per una comunità. A maggior ragione per chi vorrebbe guidarla. Con altrettanta franchezza, diciamo però che sarebbe sconcertante apprendere che parte del materiale oggetto del contendere sia filtrato dagli uffici comunali, con un tempismo quanto meno sospetto: perché farebbe venire meno l’imparzialità e il rapporto fiduciario con chi lavora nelle istituzioni. Già messo a dura prova da qualche episodio che ha riguardato Palafrizzoni in modo assolutamente bipartisan in questi ultimi anni.

Ad ogni modo, portare il livello del confronto solo sullo scontro fa male a Bergamo e non fa vincere nessuno: nemmeno chi dovesse conquistare democraticamente Palafrizzoni. E qui non è più una questione di politica gridata, ma rispettosa: dei cittadini soprattutto, che aspettano un’idea di città, soluzioni e responsabilità di governo. Restano ancora 6 giorni prima del silenzio elettorale di sabato: se le voci che sentiremo saranno quelle delle proposte e di un civile e democratico confronto, alla fine avrà vinto la città. Se invece continueremo ad assistere all’ennesima, stucchevole, replica della più brutta campagna elettorale degli ultimi anni, avremo perso tutti.

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