Lunedì 31 Marzo 2014

In tasca un diploma all’Esperia

E in America fanno a gara per avermi

Franco Bacis emigrato in Usa

Dopo 32 anni negli Stati Uniti, mangia ancora la polenta. Praticamente un certificato di bergamaschità doc. Ma gli si deve concedere che cucini solo quella istantanea (che farebbe inorridire le nostre nonne). «Pronta in tre minuti – si schermisce Franco Bacis – ma buona, fatta con lo “yellow corn grits”, mais macinato molto fine tipico dello Stato del North Carolina. E poi con un sughetto di cervo nostrano che farebbe invidia alla polenta e osei. Le mie nipoti ne vanno matte».

Camicia a scacchi e jeans (come quelli veri) nello zaino ha il cappellino delle Carolina Panthers, la squadra di football che quest’anno ha sbancato la prima divisione della National football league americana. I colori della «pantera» sono gli stessi della Dea, blu e nero. Bacis è in Italia per una settimana, viene ogni anno a trovare la mamma e i parenti, che vivono a Verdellino. «Peccato però che quest’anno non sia potuto venire con mia moglie, ma ha appena trovato lavoro ed è in prova, quindi per lei è meglio non fare assenze» racconta Bacis, 57 anni, in quel suo modo così «easy».

Un nuovo lavoro? Ma quanti anni ha sua moglie?

«57, come me. Questa è l’America. Nessuna discriminazione di razza, di età, di orientamento religioso etc… È scritto nella Costituzione. Quindi non importa quanti anni hai, importa quello che sai fare. Mia moglie ha partecipato a una selezione della compagnia aerea Us Airways: su 500 persone ne hanno selezionate meno di 50. Ora è in prova e, se tutto procede bene, sarà assunta».

Qui ormai non si trova lavoro neppure a 30 anni, figuriamoci a 57…

«E le dico di più. Lei è afroamericana in uno Stato del Sud degli Stati Uniti, in cui c’è ancora un forte pregiudizio verso i neri».

E lei come ci è finito a Charlotte?

«Grazie al mio diploma all’Esperia. Ancora oggi ho una professionalità che pochi hanno. Subito dopo l’istituto tecnico ho iniziato a lavorare per un’azienda dalminese che aveva una sede a Charlotte, poi la ditta ha chiuso e ho trovato nuovamente impiego alla Biesse America, un’impresa italiana, di Pesaro, leader nel settore delle macchine di lavorazione per il legno, che ha ormai un mercato solido in tutto il mondo. Io ho viaggiato molto per installare le macchine e ora invece mi occupo di “custumer service”».

Ci sono molti italiani che lavorano nella sua azienda a Charlotte?

«Su un centinaio di dipendenti, saremo una decina scarsa, molti poi vanno e vengono dall’Italia. Non si fermano lì. Eppure c’è sempre bisogno di tecnici specializzati».

Che cosa le manca di Bergamo?

«Sfogliare l’Eco di Bergamo».

Così sembra che l’abbiamo combinata dai…

«No, dico sul serio. È una tradizione per la mia famiglia: mia nonna scambiava tutti i giorni un uovo per una copia del giornale. Poi mia mamma si è abbonata e ora posso vederlo nell’edizione digitale anche negli Stati Uniti».

In questi giorni è a Verdellino per qualche giorno di vacanza…

«Mi fermo solo una settimana, giusto il tempo di salutare amici, parenti e nipoti».

Come mai si ferma così poco?

«Be’, mica abbiamo molte ferie in America. Conti che io ho cinque settimane di vacanze all’anno compresi sei giorni per la malattia. Il numero dei giorni a disposizione è considerato un benefit che il dipendente può contrattare, così come l’assicurazione sanitaria».

E se uno ha una malattia più grave e ha bisogno di più tempo?

«Si ricorre a dei giorni aggiuntivi, ma con la decurtazione dello stipendio».

Non è un mercato del lavoro un po’ spietato?

«Sì, lo è. Io posso andare la mattina al lavoro e la sera ritrovarmi senza. Ma è anche vero che, se rispetti le regole, e in America le regole esistono e sono rispettate, l’azienda non ha il minimo interesse a lasciarti a casa dopo che ha investito sulla tua formazione. E poi i miei nipoti in Italia non hanno neanche questi diritti».

E quanto dura un contratto?

«Per quanto mi riguarda 5 anni, poi ci si siede al tavolo e si ridefiniscono competenze e stipendio».

Con i colleghi americani come va?

«Bene, ogni lunedì si parla dei risultati delle Carolina Panthers, come qui si commentano i risultati dell’Atalanta».

E come va il mercato là, questa ripresa di cui parlano gli analisti lei la vede?

«La ripresa c’è. Non si vende in Europa, ma si vende in Brasile e nei Paesi emergenti. Da 10 anni non prendo un aumento di stipendio però, e nel 2008 io e i miei colleghi abbiamo accettato una decurtazione dello stipendio del 10% per non far licenziare nessuno. Quest’anno però c’è arrivato un bonus, non alto, ma comunque una scelta apprezzabile».

E qui come le sembra?

«C’è crisi, è come nel 2008 negli Stati Uniti. Però noto una differenza. Negli Usa la crisi è stata economica e finanziaria, qui è anche di valori. Tutto diventa molto più complicato».

Che fare?

«Vede, gli americani credono in tre cose: la patria, intesa come la madre patria; la nazione, intesa come un bene comune per cui contribuire alla crescita; e lo Stato, inteso come servizi ai cittadini. In Italia esiste solo lo Stato, da cui succhiare servizi. Ognuno coltiva il proprio giardinetto e poi le cose diventano come adesso».

Insomma, non tornerebbe mai indietro…

«Devono cambiare troppe cose. E poi a Charlotte c’è sempre caldo, siamo all’altezza di Pantelleria, per intenderci. Non potrei più fare a meno degli spazi, della natura, delle utilities, le comodità. Le faccio solo un esempio: per 30 mila watt di elettricità con cui mando avanti tutte le utenze di casa mia in un anno, spendo 120 dollari al mese. Non c’è paragone».

Una settimana in Italia basta e avanza?

«No. Bergamo è così bella. Magari ci torno, in pensione chissà».

Elena Catalfamo

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