Mercoledì 26 Marzo 2014

Nella ditta dell’imprenditore ucciso

fatture false per due milioni di euro

La Guardia di finanza

Da un lato un presunto giro di fatture false per oltre due milioni di euro, con sei imprenditori del ramo edile rinviati a giudizio, dall’altro il giallo ancora irrisolto di un impresario di Nembro, Giovanni Ghilardi, trovato morto a 42 anni con due colpi di pistola alla testa nel febbraio del 2010, il cadavere occultato nel baule di un’auto parcheggiata a Gessate. Vicende che all’apparenza sembrano non avere nulla in comune e che, invece, nascondono diversi punti di contatto.

In udienza preliminare davanti al giudice Alberto Viti sono finiti otto imprenditori edili, per un presunto giro di fatture per operazioni inesistenti che ha visto al centro l’impresa di costruzioni (ormai fallita) Edil Giò di Gorlago. L’inchiesta partì dalla denuncia sporta alla Guardia di Finanza di Crema da un fornitore di materiale informatico che sosteneva di non essere stato pagato dalla Edil Giò.

Quell’indagine arrivò a una svolta grazie alle intercettazioni telefoniche compiute nell’ambito di un’altra inchiesta: quella per l’omicidio di Giovanni Ghilardi, l’imprenditore di Nembro trovato morto nel baule di un’auto a Gessate, con due colpi di pistola in testa. Gli autori dell’omicidio sono tuttora ignoti, ma per chi indaga si tratta di un delitto maturato nell’ambito dei prestiti a usura. Ghilardi era nel giro del «Ragno». E conosceva bene anche Fiorenzo Cortinovis, tant’è che la Edil Giò, la ditta che secondo le accuse era amministrata di fatto da quest’ultimo, era stata di proprietà di Ghilardi.

Il giallo dell’omicidio Ghilardi è ancora irrisolto. Quanto all’evasione fiscale, in udienza Giuseppe Marchesi è stato condannato in abbreviato a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Altri 6 imprenditori, su richiesta del pm Fabio Pelosi, sono stati rinviati a giudizio. Un ottavo ha patteggiato 6 mesi. C’era un nono imputato, Fiorenzo Cortinovis, ma per lui il reato è estinto, per «morte del reo».

Per saperne di più leggi L’Eco di Bergamo del 26 marzo

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