Venerdì 01 Agosto 2014

«Problema di sicurezza e pochi parti»

Ecco perché il punto nascite va chiuso

L’ospedale di San Giovanni Bianco

Non ci sono i requisiti minimi di sicurezza. Quindi il «punto nascita» di San Giovanni Bianco va chiuso, e il servizio di assistenza alle donne in gravidanza e alle puerpere riorganizzato con servizi sul territorio offerti dai consultori.

«Non c’è nessuna volontà di soppressione tout court, ma rispetto alle indicazioni ministeriali il punto nascita di San Giovanni Bianco non ha neppure un requisito minimo di sicurezza. Non si tratta di tagli, né di spending review, né di riorganizzazione territoriale. Le recenti indicazioni del ministero della Salute parlano chiaro. E così com’è ora quello di San Giovanni Bianco non può restare aperto - spiega Mara Azzi, direttore generale dell’Azienda sanitaria locale di Bergamo -. C’è un progetto condiviso, che prevede la chiusura entro il 31 dicembre 2014. Sempre su indicazioni ministeriali. Sia chiaro: l’ultima parola spetta alla politica. E su questo l’Asl non può e non deve intervenire».

Ma quali sono i requisiti che l’ospedale di San Giovanni Bianco, come punto nascita, non è in grado di soddisfare? «Parecchi, e ribadisco che non c’entrano questioni economiche o di riorganizzazioni territoriali, ma solo e soltanto principi di sicurezza. Le indicazioni ministeriali per i punti nascita chiedono la presenza di un anestesista 24 ore su 24, l’apertura della sala operatoria 24 ore su 24, la presenza di un ginecologo chirurgo per le emergenze 24 ore su 24. E tutto questo San Giovanni Bianco non può assicurarlo. C’è poi il numero dei parti che è decisamente inferiore alla soglia minima indicata dal ministero, ovvero 500 l’anno: a San Giovanni Bianco le statistiche annue non arrivano alle 200 unità. E questo non è un problema di denatalità, che pure riguarda anche altre strutture ospedaliere, ma sempre e soltanto di sicurezza: personale medico e infermieristico che ha una casistica d’esperienza bassa può non risultare sufficientemente addestrato ad affrontare situazioni di emergenza».

Leggi le due pagine dedicate all’argomento su L’Eco di Bergamo del 1° agosto

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