Giovedì 12 Dicembre 2013

Un militare: «Pene ridicole

E il delinquente lo sa bene»

Questo non è lo sfogo di un carabiniere. «Un po’ lo è – dice l’anziano appuntato, che chiede l’anonimato -, perché siamo stanchi di vedere che, spesso, il nostro lavoro viene vanificato. Siamo stanchi di prenderci colpe che non sono nostre. Stanchi di dover difendere leggi ridicole e un sistema che fa acqua da tutte le parti...».

Ma non è solo uno sfogo. Cominciamo dall’inizio?

«Primo, non siamo così pochi. Non facciamoci infinocchiare da chi racconta che il problema della sicurezza è la carenza di uomini e mezzi a disposizione delle forze dell’ordine. Il vero problema è che l’Italia è il paese di Bengodi, che le pene per chi delinque sono ridicole. E chi delinque lo sa. In più, una volta che li hai presi? Quanti te ne fanno arrestare?».



Domanda retorica?

«Pochi. Dipende da chi c’è quel giorno in Procura. Ma la maggior parte di quelli che riusciamo a prendere, finiscono denunciati a piede libero. Cioè, sono in giro. Va da sé che non stanno con le mani in mano. Stiamo parlando di gente che compie reati contro il patrimonio: furti, spaccate, non di rapine o delitti contro la persona».

Capita anche che...

«Capita che catturi qualcuno in flagranza di reato, ovviamente per piccoli furti, e il giudice ti chiede di non mandargli nemmeno la notizia di reato...».

Ma, come?

«Le leggi, anche quelle che funzionano, e non tutte funzionano, vanno a libera interpretazione. Quindi c’è chi per esempio interpreta in un certo modo la Bossi-Fini, c’è chi il contrario. Quindi può capitare che non venga disposto l’arresto, anche nell’unico caso in cui è previsto l’arresto obbligatorio, ovvero quando uno straniero è stato espulso, torna nel nostro Paese, viene preso e, per legge, va arrestato: ci sono giudici che convalidano l’arresto, altri no».

Frustrante?

«Fate voi. Ma il punto è che un sistema così non è efficace. E lo sanno tutti. In primis, i delinquenti. Ma lo sapete che, un esempio assurdo, un albanese espulso basta vada in frontiera e là gli cambiano il nome sul documento, cosa che è consentito fare almeno una volta, e quello il giorno dopo è di nuovo qui?».

Chi parla è un uomo dell’Arma. Semper fides. Uno che mai rinuncerebbe alla divisa. La sua è una vocazione e ormai verso fine carriera, è sempre rimasto al suo posto. «Ma adesso siamo arrivati al limite. Speriamo che la gente si renda conto dei sacrifici, che quasi tutti noi ci mettiamo per prenderne purtroppo pochi di malviventi. Da quando è iniziata la crisi, almeno 5 anni, siamo in emergenza continua: i numeri di chi compie un reato sono schizzati».

Non saranno tutti stranieri.

«No, non tutti: qualcosa meno, in effetti, del 100%...».

Cioè, tutti.

«Non c’è una statistica con dati disgiunti, ma per quanto riguarda furti e spaccate, i reati contro il patrimonio in genere, la quasi totalità di coloro che vengono presi sono stranieri. Non c’è più lavoro, ma questa gente in qualche modo si deve mantenere. Quindi, che fa? Guarda, qui ci sono bande organizzate in questo modo: quelli che tirano le fila sono sempre gli stessi, la manovalanza ruota, pescano tra chi è più disperato».


Una sorta di caporalato?

«Una cosa così... Non è questione di avercela o no con gli immigrati. C’è brava gente tra gli italiani e tra gli immigrati, e uguale per i delinquenti. Il dato però è questo: chi ruba dalle nostre parti e in questi ultimi anni, è quasi esclusivamente straniero. Cosa alimentata senz’altro dalla fame e dalla disperazione, ma anche dal fatto che non c’è un sistema repressivo abbastanza efficace. In Italia. E, nel mondo occidentale, solo in Italia. I reati non sono in calo, semmai cala il numero di chi denuncia... E ormai per noi il lavoro “ordinario” non esiste più. Io sono nell’Arma da decenni, ricordo quando si interveniva per 3-4 furti al mese sul territorio di competenza. Oggi sono almeno tre o quattro al giorno. Senza contare i reati più gravi. Con grandissimi sforzi, dovete crederci, catturiamo gli autori di alcuni di questi. E poi che succede? Se va bene, finiscono in cella per un periodo ridicolo rispetto al reato commesso».


E quando va male?

«Sono fuori il giorno dopo. Un esempio per tutti: qualche settimana fa a Ghisalba i carabinieri arrestano tre albanesi di una banda di sette che aveva portato via le slot machine con un camion, ovviamente rubato, da un bar di Trescore. I tre, che indossavano abiti uguali a quelli visti nelle videocamere del circuito di videosorveglianza del bar, avevano un sacchetto con circa 700 euro di monetine. Arrestati, vanno a processo in direttissima. E il giudice che fa? Non convalida l’arresto, poi li libera, perché non ravvisa la flagranza o la quasi flagranza. Perché, a suo avviso, non c’era la certezza che quelle monetine provenissero dal furto. E quelli in giro col macchinone a farci marameo...».

Non sarà sempre così?

«No, certo che no, ma quando è così io mi chiedo che ci stiamo a fare noi qui? Facciamo un gran lavoro d’indagine, chiediamo le misure cautelari magari per qualcuno dei pezzi grossi di una banda e il fascicolo resta in procura per mesi . Intanto quelli vanno avanti a rubare, spaccare, spacciare».

Tante di queste richieste?

«Mah...».


Il suo sfogo è anche un «j’accuse» alla magistratura.

«Noi, i carabinieri sempre zitti e fedeli, obbedienti e con la testa bassa, un po’ siamo stufi. Io parlo a nome mio, ma l’aria è questa: la gente, quella che paga le tasse e quindi i nostri stipendi per sentirsi sicura, deve sapere che il nostro lavoro finisce, quando va bene, con l’arresto di un malvivente. Quel che accade da lì in avanti non è responsabilità nostra. Le leggi sono quelle che sono. E mi dispiace dirlo, perché nelle procure ci sono anche un sacco di gran lavoratori, sensati, intelligenti. Non sempre capita di incontrarli».

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