Banchieri e politica
il confine invalicabile

C’è stato un tempo, tutto bergamasco e giunto fino a noi, in cui il banchiere faceva il banchiere: con i suoi tic e le grisaglie d’ordinanza, ma alla fine si trattava sempre e soltanto di occuparsi di conti e di prestare attenzione allo spazio domestico del territorio. Questa è stata la storia, la cornice del rapporto fra politica e Popolare, lo sportello amico dei bergamaschi.

Le relazioni fra i due mondi ci sono sempre state, e ci mancherebbe, ma la zona di rispetto, delle reciproche autonomie non è mai stata violata: un confine, non una soglia valicabile. Questo stile è stato legittimato dalla tradizione ed è parte del riassunto di una Bergamo com’era. Per questo l’impatto di Letizia Moratti, presidente del Consiglio di gestione Ubi, testimonial di Stefano Parisi, candidato sindaco del centrodestra a Milano, lascia perplessi: non è in linea con la nostra tradizione, scarta rispetto a un comune sentire e alla prassi. Una questione di opportunità che evidentemente non riguarda questo o quello schieramento e neppure, volendo, il legame in sé con la politica. Il fatto è che la signora, passando dalla vicinanza all’abbraccio, è entrata nella mischia con un ruolo esplicito in una fase in cui il Paese, a fatica, cerca di uscire dalle pessime abitudini e dai cattivi esempi di questi anni, dalla Toscana al Veneto. Si sta aprendo una stagione diversa alla quale assiste un’opinione pubblica agguerrita che non fa sconti: nuove regole anche europee e paletti fra sistema bancario e politica per evitare i trascorsi inquinamenti.

La signora può sempre ricordare, nel caso in questione sollevato da 10 parlamentari del Pd, che il suo agire è stato trasparente e alla luce del sole e coerente con il suo percorso consumato con competenza: nell’universo di Berlusconi è stata ministro dell’Istruzione, presidente Rai e sindaco di Milano. Può anche aggiungere che il sostegno al suo ex collaboratore era dovuto: e certo lo è come ex sindaco, ma non propriamente come uno dei vertici di Ubi che governa la gestione del quarto istituto di credito italiano. La signora conta, ha biografia e blasone, ma ha svolto compiti politici e non tecnici di primo piano, dai quali forse non intende distaccarsi totalmente: proprio il suo passato la vincola ad una responsabilità e ad una prudenza in più come banchiere. La credibilità dell’autonomia, si sa, non sta tanto nel proclamarla, quanto nell’essere ritenuta tale dagli interlocutori. Questo, naturalmente, non chiude e non incide sul giudizio della Moratti che avrà modo di dare il meglio di sé al servizio della banca, peraltro sorretta dalla sua rete di relazioni internazionali e dal suo timbro di negoziatrice tosta come possono confermare, per esperienza, i bresciani di A2A.

Tuttavia, mentre si ripropone la delicatezza dei margini di manovra di un personaggio pubblico rispetto alla politica e viceversa, riaffiorano per contrasto alcuni tratti della narrazione bergamasca che la famiglia Moratti può conoscere, perché un ramo nasce a Martinengo e perché lo studio da commercialista di un suo componente è stato cliente della Popolare. Nel 1964, all’indomani del varo della prima Giunta di centrosinistra a Bergamo, un dirigente di un partito alleato della Dc disse al giovane leader Filippo Maria Pandolfi che bisognava occuparsi del Consiglio d’amministrazione della Popolare. L’idea, in tempi in cui le Partecipazioni statali detenevano in pancia le banche, aveva una sua logica che comunque fu subito respinta sia da Pandolfi («La Dc non si occupa di banche») sia dalla direzione provinciale del partito. Non è un episodio a margine, perché ha segnato una distinzione che con il tempo è diventata un valore civile: i rapporti esistevano eccome, alcune individualità più di altre, ma entrambe le istituzioni erano messe al riparo.

Nessuno dei due ha cercato di imporre all’altro il sigillo di un destino obbligato, al massimo si sono fatti scegliere. È stato costruito così un codice di condotta nel segno della compostezza e della misura: ognuno al suo posto. Un sistema simbolico di riti e usi in cui la gerarchia del potere era chiara e le competenze pure: un procedere felpato da rivalutare. Il diniego dell’ostentazione da parte dei banchieri era, a quel punto, nell’ordine delle cose: non si avvertiva il bisogno di affermare una presenza, dato che c’era per definizione. E mentre raccontiamo la dialettica dei segni e degli umori fra bergamaschità e milanesità, ci accorgiamo di esplorare un altrove rispetto al baricentro storico, scrutando oggi una geografia creditizia e di sensibilità fattasi variabile e mobile: conosciamo il punto di partenza, non ancora la meta.

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