Una terra di nessuno che chiede giustizia

Una terra di nessuno
che chiede giustizia

Un mese e mezzo fa l’avevamo definita «terra di nessuno». È quella piccola porzione del territorio bergamasco intorno a piazza (brutti) Affari di Zingonia, segnata da degrado urbano e criminalità. È qui che si è consumata mercoledì sera un’esecuzione in stile colombiano, che ha lasciato sulla strada un morto. La storia di questa terra di nessuno è già stata lordata da omicidi. Ma in questo caso la tragedia è aggravata dalle modalità dell’esecuzione: un uomo indifeso finito con cinque colpi di un’arma affilata, forse un machete, dopo essere stato braccato come un animale in una partita di caccia.

Quell’uomo è Mohamed El Khouman, trentenne marocchino. Si è invece salvato il fratello, Otman, ferito gravemente ma non in pericolo di vita. Gli inquirenti sono certi che si sia trattato di un regolamento di conti nello spietato mondo dello spaccio di droga. A conferma di come questo mondo non possa più essere tollerato, se non a caro prezzo. Se il consumo diffuso di sostanze stupefacenti con le sue vittime dimenticate non genera più sussulti nel dibattito pubblico, almeno la violenza e il degrado collegati allo spaccio si spera provochino risposte efficaci. Parliamo di un mondo che a monte muove interessi transnazionali miliardari, un business difficile da smantellare. I galoppini dello spaccio sono il terminale di un meccanismo perverso e sordido, gestito dalle mafie.

A livello locale quel poco che si può fare in parte viene già realizzato. Ma va incrementato il livello di controllo del territorio. Le Amministrazioni locali da sole non sono in grado di contrastare questo mondo. È giusto l’intento dei cinque Comuni ai quali compete la gestione del territorio di Zingonia di unire le forze di polizia locale per ottimizzare le risorse. Ma i Comuni non vanno lasciati soli. Proprio ieri la Regione ha annunciato che nel territorio lombardo l’organico delle forze dell’ordine è sottostimato di 2.500 agenti (la promessa del ministro Alfano per la Bergamasca che fine ha fatto?) ed ha annunciato che entro 10 giorni in Giunta approderanno i criteri del bando per assegnare ai Comuni lombardi 5 milioni di euro per nuovi impianti di videosorveglianza.

Il governo deve dare risposte alla carenza di personale. Ma c’è anche il problema di un sistema della giustizia non all’altezza delle sfide. A cominciare dal funzionamento delle carceri. Si invocano le patrie galere come soluzione di tutti i mali senza sapere che quei luoghi oggi sono criminogeni: il 70% di chi esce dalle celle per fine pena, ricompie gli stessi reati per cui era stato condannato. È cioè disatteso il principio costituzionale dello scopo rieducativo della pena. Non mancano i fondi (il sistema carcerario ci costa 3 miliardi di euro all’anno) ma servono a finanziare una macchina ingrippata: il carcere dovrebbe essere il luogo dove scontare le condanne più gravi per reati socialmente pericolosi facendo più ricorso alle pene alternative per il resto. Oggi invece è la discarica sociale della società. È più facile trovare in cella un tossicodipendente che un narcotrafficante...

Lo Stato poi con la sua burocrazia dà l’impressione di essere forte coi deboli (può durare fino a cinque anni l’iter per ottenere la cittadinanza da parte di chi risiede in Italia da dieci anni, lavorando onestamente) e debole con i forti (il sistema delle espulsioni non da oggi produce scarsi risultati e servono nuovi accordi bilaterali per il rientro in patria di chi è condannato a una pena detentiva).

Sono diversi i piani sui quali agire, avendo l’onestà e la lucidità di distinguere senza cadere nel solito dibattito sterile e superficiale con il rimpallo delle responsabilità politiche e la criminalizzazione di intere categorie (i migranti). Senza mai dimenticare il buono che già si sta compiendo. Il recupero di un territorio chiama anche in causa interventi urbanistici e sociali. Proprio Zingonia è il luogo di pratiche efficaci dal punto di vista sociale, con l’impegno di associazioni del volontariato che in quei luoghi vogliono riportare la vita buona. Domenica scorsa la stessa piazza Affari ha ospitato Padiglione Zingonia, un’iniziativa che si richiamava con senso dell’ironia all’Expo appena concluso. In tanti hanno frequentato gli stand con i piatti preparati dalla popolazione multietnica del quartiere, che ha la forza di non rassegnarsi alla violenza e alla malavita. È la stessa umanità emersa nei giorni del lutto per la morte di Mamadou, il bimbo senegalese precipitato da un torre di Zingonia. È anche per questa umanità che è impellente fare giustizia.


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