Il ladro ucciso Senso del tragico

Il ladro ucciso
Senso del tragico

Su quali certezze si basa la nostra civiltà, o almeno quello che resta di essa, che abbiamo l’orgoglio di rappresentare e l’ambizione di difendere? La domanda non è oziosa, dopo aver letto le reazioni alla tragedia di Vaprio d’Adda. Che si tratti di una tragedia non può essere in discussione, guardando ai fatti dai due punti di vista direttamente coinvolti e opposti. Quello del ladro di 22 anni che ha perso la vita nel tentativo di mettere a segno il furto. E quello del pensionato che gli ha sparato e che porterà per sempre nel cuore l’ombra dell’omicidio.

«Se avessi saputo che era disarmato non gli avrei sparato addosso ma in aria» ha detto parlando ieri a freddo nell’interrogatorio davanti al magistrato. Le indagini cercheranno di fare luce sull’esatta dinamica. La difesa sostiene che gli spari sono avvenuti dopo un tentativo di aggressione da parte del malvivente nella cucina del pensionato ma dai primi accertamenti risulterebbe che i colpi sono partiti quando il giovane albanese era ancora fuori dall’abitazione. È una differenza decisiva, un discrimine fra la legittima difesa o un’azione compiuta in assenza di un grave pericolo imminente.

Ma qui ci interessano soprattutto gli aspetti emotivi della vicenda e del suo contorno. Il pensionato aveva subito quattro furti negli ultimi tre mesi. L’esasperazione e la paura lo hanno portato a decidere di armarsi. La cronaca nera non racconta solo lo stillicidio quotidiano di furti nelle case, ma anche un cambiamento radicale nelle modalità della loro esecuzione. La presenza degli inquilini non è più un deterrente alle effrazioni nelle abitazioni. Con le conseguenze del caso, fino alle violenze subite da persone che hanno sorpreso i malviventi in azione di notte. Fatti di cronaca che hanno innalzato il livello di allarme generando anche l’idea che bisogna imparare a difendersi da soli, magari armandosi. Si entra così nel territorio dell’imprevedibile. Quando il pericolo si affaccia in casa scatta non solo la paura ma anche l’istinto a tutelare il proprio territorio e soprattutto i propri affetti, isole in un mondo imbruttito. In quei pochi secondi nei quali si deve decidere come reagire, l’istinto non guida tutti allo stesso modo.

Viviamo in un tempo nel quale certa politica ha sdoganato senza ritegno l’istintività della legge del taglione, dell’occhio per occhio dente per dente, della giustizia fai da te. Senza accorgersi che questo sdoganamento è un riconoscimento implicito della debolezza della stessa politica, dell’incapacità a governare inquietudini e paure e di proporre soluzioni efficaci perché il bisogno di sicurezza trovi risposta non nella solitudine delle azioni compiute dai cittadini ma nell’ordine pubblico, cioè di tutti. Perfino un’istituzione importante come la Regione, dopo la tragedia di Vaprio, per voce del presidente Maroni ha annunciato che sosterrà le spese legali del pensionato, invece di destinare più fondi al controllo del territorio lombardo in accordo con i Comuni.

Il rischio per la politica, quando prende la via di questo piano inclinato, è di aprire le porte a fenomeni che poi non riesce più a governare. La grande democrazia americana è lì a ricordarcelo. La diffusione delle armi nel lungo periodo ha prodotto un effetto di minor sicurezza ed ha aumentato il numero dei crimini contro le persone.

Fare del pensionato di Vaprio un eroe moderno è sbagliato e pericoloso. Significa aver perso il senso della tragedia. È un’investitura alla quale si è sottratto Graziano Stacchio, il benzinaio vicentino che nel febbraio scorso uccise un rapinatore e indicato a modello dai fautori della legge del taglione: «L’effetto mediatico - ha detto recentemente - mi ha stordito. Davvero non possiamo vivere in un mondo che va in questa direzione. È storta. Non voglio rassegnarmi alla legge della giungla, al terrore, che lavori e torni a casa guardandoti alle spalle. Non sono un eroe né un modello da imitare. Né tantomeno un simbolo. Lo dico subito: la gente non deve sparare in mio nome. Solo l’idea mi fa paura». In queste parole c’è il residuo della nostra civiltà.


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